Rassegna storica del Risorgimento

CAMBRAY DIGNY LUIGI GUGLIELMO; CONSORTERIA; ITALIA POLITICA FIN
anno <1970>   pagina <204>
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Romano Paolo Coppini
italiani. Il tirocinio praticato negli anni in cui aveva retto il Comune di Firenze, in qualità di sindaco, non era trascorso invano: era servito bensì a dargli una perfetta conoscenza delle manovre politiche e dei gruppi più influenti, a metterlo a contatto sempre più intimo con il mondo degli affari. In questi anni aveva saputo osservare ed apprezzare l'abile condotta di Peruzzi nei diversi affari annessi ai lavori della Capitale, ma non aveva mancato di intervenire nei momenti opportuni dando la sua particolare impronta alle questioni più importanti. La durezza di modi ed una certa linearità di carattere, non sempre attenuata dall'abilità della consorte signora Emilia, facevano di Peruzzi un uomo poco adatto ai compromessi: al contrario la duttilità, la gentilezza di modi di Cambray-Digny ne face­vano un individuo teso a non scontentare alcuno, in definitiva una persona più adatta alle manovre talvolta assai pericolose che si svolgevano tra gli affaristi e nella vita politica. Tale abilità permetteva al conte Digny di riuscire ad acquistare, in pochi mesi, una piena autonomia in decisioni, rispetto alle quali, pur servendo i medesimi interessi, si era sempre mosso in maniera subordinata rispetto a Peruzzi.
Non vi furono screzi o rancori nel gruppo fiorentino, ma è certo comunque che, seppure non mancarono i consigli e l'appoggio degli espo­nenti più noti, tuttavia le più gravi decisioni furono prese dal solo Digny, e non più, come ai tempi in cui era Sindaco, quasi completamente da Peruzzi.
Dopo la discussione e l'approvazione della tassa sul macinato, Digny era riuscito ad eclissare tutti gli altri uomini della consorteria, ad imporsi quale unico leader del loro gruppo, ed a servire meglio di chiunque altro i tradizionali interessi del moderatismo toscano.
Mentre si mostrava tenace nel perseguire l'obiettivo di concludere l'operazione della Regia con un gruppo italiano, a cui, soltanto in via subordinata, partecipassero capitali stranieri, non tralasciava di conservare ottimi rapporti coi più forti gruppi del capitalismo internazionale. Esem­plare a tale proposito la sua condotta verso la casa Rot hschild, nei cui confron­ti, attuava la tattica di chiudere la porta, mentre mostrava il desiderio di lasciare aperta la finestra. Non aveva infatti alcun interesse a giungere ad una rottura col banchiere parigino, o più semplicemente ad urtare la sua suscettibilità., dal momento che ne aveva tanto bisogno per sostenere i tìtoli della rendita italiana collocati all'estero.
Era ancora tresco il ricordo dell'osi.ilità degli ambienti finanziari di fronte all'ari. 28 della legge sul macinato che prevedeva la ritenuta sulle rendite del debito pubblico. In tale occasione non erano mancate le pres­sioni dei più importanti finanziari italiani e stranieri, per una volta tutti uniti contro una tassa che a bella posta era stala collocata nel progetto di legge sul macinato al fine di temperare la sgradevole impressione di una