Rassegna storica del Risorgimento

BONI CLORINDA
anno <1970>   pagina <290>
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LIBRI E PERIODICI
Lettere di Bernardo Tuniteci a Carlo IH" di Borbone (1759'1776J. Regesti, a cara di ROSA Mi NC UZZI (Fonti. 591; Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1969, in 8, pp. 1095. L. 10.000.
All'eccellente ed interessantissimo votame di sintesi interpretativa complessiva dato alle stampe l'anno scorso presso la giovane casa editrice barese Dedalo, l'A. fa seguire, in sede maggiormente appropriata, l'imponente regesto del materiale documen­tario inedito di Napoli e di Siroancas su coi quella ricerca era stata condotta.
Dell'importanza di tale materiale è veramente superfluo (are discorso. Qualcosa di simile è avvenuto di recente, nell'ambito più specifico della storia risorgimentale, per i fondi praghesi dei Lorena di Toscana indagati con acume e successo dal Salve-strini. Ma la prospettiva dell'A., com'è ovvio, si allarga assai più ampiamente, in un contesto tematico non soltanto di decisiva influenza sulla parabola e la decadenza di un'impostazione riformistica di governo che in Italia era apparsa la più radicale ed eversiva come quella borbonica, ed altresì su quelle relazioni tra Stato e Chiesa, tra Stato e feudalità, che, soprattutto nel Mezzogiorno italiano, rappresentano Va priori nell'evoluzione dello Stato e più ancora della società nell'epoca contemporanea, ma orchestrato su piano decisamente e significativamente europeo. La contrapposizione, infatti, che il Tanucci frequentemente ragiona tra il regalismo di vecchio stampo delle Corti borboniche, a cui egli rimane incondizionatamente fedele, ed i cinici machia­vellismi illuministici delle Corti nordiche, sullo sfondo della politica consuetamente egoistica e rapace dell'Inghilterra, illumina un periodo di crisi profonda e di trapasso rivoluzionario nella storia continentale settecentesca.
Eventi pressoché contemporanei come lo scoppio della guerra dei Sette Anni, la morte di Benedetto XIV, l'allontanamento di Carlo di Borbone dall'Italia, chiudono infatti bruscamente l'epoca del gradualismo, della collaborazione più o meno diretta tra le varie componenti statuali e sociali europee, del riformismo vero e proprio, in una parola, ed aprono quella che più propriamente può chiamarsi del dispotismo illu­minato, e che è schiettamente prerivoluzionaria.
In quest'atmosfera, che si protrae per un ventennio, sino al precipitare della crisi francese ed all'esaurimento cosi del giuseppismo come del mito dello Stato-caserma prussiano, non solo la Reggenza napoletana ma lo stesso Tanucci appaiono completa­mente tagliati fuori e sopravvissuti in un ambiente che non è più il loro (ma che, almeno nel Mezzogiorno, non si sa più nemmeno che cosa esattamente sia, un vuoto che né la borghesia intellettuale discepola del Genovesi, né l'arbitrio di Maria Carolina riescono a colmare).
Guerra dei Sette Anni* dunque: questo il grande e inquietante episodio in mezzo al quale la successione spagnola chiama sfortunatamente Carlo fuori dall'Italia. Tanucci prevede al suo termine la fine dell'innaturale e artificioso renversement des allianc.es (4 dicembre 1759) col ritorno dell'invisa Austria al ruolo tradizionale di ago della bilancia continentale europea, manovrata da Londra. Quanto al Napoletano, una giunta per il sollievo delle università è il primo e demagogico frutto del prepotere funesto del principe di San Nlcandro (8 gennaio 1760) a cui sintomaticamente corrisponde un immediato rialzar la testa da parte del baronaggio sul sempre contrastato terreno del legnatico (11 marzo 1760). Indipendenza iniagimiia quella di Napoli, sottolinea eloquentemente il 29 luglio Tanucci: ma essa basta n fomentare, col vecchio mito asburgico del regno separalo ai primi del Settecento, illusioni dure a morire, alle quali l'antico ministro borbonico contrappone una massima che ha la pesantezza e l'assolu­tezza del dogma: Per ora io sono ostinato nella opinione che dovano lo Sicilie esser