Rassegna storica del Risorgimento
IRREDENTISMO; TRIESTE CONCEZIONE AUTONOMISTICA
anno
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1970
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pagina
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Dal municipalismo all'irredentismo
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giudizi politico-economici che potevano distoglierli dalla verità, che potevano allontanarli dalla sostanza morale della storia ideale di Trieste...
Le ribellioni rimasero individuali, proteste di anime belle , come quella di un Fauro-Timeus o quella di uno Slata per; persino quella di un Vivante. Così, per molta parte, la visione dello sviluppo storico e dei pro-Memi della città rimase tal quale l'avevano delineata quelle prime generazioni di studiosi, amanti delle antichità patrie e devoti custodi delle imperiture memorie avite: restò, in realtà, quella voluta dai ceti dirigenti triestini della seconda metà dell' '800 e dei primi anni del nostro secolo. Un'interpretazione che trovò solida e compiuta espressione nelle opere di Attilio Tamaro, e fedele ripetizione nella produzione di tanti volonterosi suoi prosecutori.
Non era stata quella di Trieste, d'altra parte, una classe dirigente di poco conto; lutt"altro: capace di dirigere uno dei maggiori centri commerciali e soprattutto la capitale finanziaria dell'Impero d'Austria, essa aveva dominato la società triestina organizzandosi attorno ad un solido nucleo intimamente unito dai forti legami della massoneria e dell'alta finanza: gradatamente, essa era riuscita ad egemonizzare le altre forze di sviluppo storico della città, si era posta ad interprete della diffusa mentalità popolare, aveva assorbito (trasfigurandole) nelle proprie le aspirazioni degli altri ceti, spesso creando o favorendo a diversivo di conflitti reali forti tensioni ideali.
Si deve all'influenza esercitata da quella classe politica sull'ambiente culturale contemporaneo ed immediatamente successivo se quella di Trieste non è ancora tutta la storia dei triestini, se quella della città non è ancora tutta la storia delle sue classi sociali: se per tanto tempo i problemi emergenti dai rapporti esterni di Trieste, attenta custode della propria autonomia , hanno fatto dimenticare l'urgenza di quelli derivanti dagli interni rapporti tra i ceti che componevano una città troppo spesso configurata come spiritualmente compatta.
Benché, dunque, i contributi individuali di un Cnsin, di uno Schiffrer e di un Sestan, prima e, da circa una ventina d'anni, l'opera di un'intera generazione di studiosi stiano muovendo forti riserve all'interpretazione tradizionale, stiano sollecitando approfondimenti e mettendo in luce distinzioni finora rifiutate, tuttavia lo schema generale della storia triestina non è stato ancora del tatto sostituito. Scalfito qua e là, talora anche interamente rifatto in alcune sue parti (si pensi al Settecento), esso pur rimane nelle grandi linee ancora In piedi.
Resta, quanto meno, intatto il discorso tradizionale a proposito della vocazione autonomistica della città: non se ne è analizzato il carattere, se ne è generalmente accettata la definizione. Un contributo modesto, ma forse non inutile, a quel tentativo di ricostruzione della storia triestina che da più parti, secondo differenti punti di vista ed indirizzi, si va proponendo.