Rassegna storica del Risorgimento
IRREDENTISMO; TRIESTE CONCEZIONE AUTONOMISTICA
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1970
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Giorgio Negrelli
La Borsa, da parte sua, si oppone ormai ad ogni tentativo di liberalizzazione proposto da Vienna: è essa a fissare i limiti dell'attività del mercato locale. Si oppone così al programma governativo di potenziamento industriale, come ai tentativi di riforma agraria o d'impiego di capitali nelle campagne: ad ogni iniziativa economica, cioè, che, assorbendo molta mano d'opera, potrebbe contribuire alla promozione sociale delle classi diseredate. Ostacola l'immigrazione indiscriminata, interviene sui noli, tutela contro i minori operatori economici le prerogative personali e reali dei negozianti da essa rappresentati: di fronte alle pretese dello Stato giuseppino, a Trieste si sente nuovamente parlare di autonomia politica, ed è negli ambienti della Borsa che rispuntano tali idee.1J
La Borsa dei Mercanti, dunque, il frutto dello sforzo operato dallo Stato per travolgere il particolarismo economico e politico della vecchia città, l'istituto rappresentativo di un ceto che ha raggiunto il potere, protetto, sorretto dal Governo, si rivolta ormai contro di questo; da forza ausiliaria, da strumento della politica centrale, diventa forza ad essa concorrente, nuova e sempre più solida resistenza alla sua azione unificatrice.
Alla fine del XVIII secolo Trieste, il maggiore porto ed emporio marittimo austriaco, concentra su di sé i traffici dell'Adriatico nord-orientale, la via più breve tra l'Europa centrale ed il Levante; in costante e veloce incremento demografico ed economico, essa sta già superando Venezia e si avvia verso traguardi di livello mondiale: grande successo economico per l'Impero, che può ormai contare su uno sbocco e su un tramite per i propri commerci, Trieste rappresenta, tuttavia, un grosso scacco per la politica della Monarchia asburgica, rivolta al consolidamento dello Stato secondo la logica del moderno accentramento.
E l'errore sta, in gran parte, già nell'origine: nella tardività dell'esperimento mercantilista. Anche se, infatti, solo attraverso un diretto intervento del capitale statale si sarebbe potuto legare lo sviluppo dell'emporio triestino alla politica centrale, il fallimento della Compagnia Orientale aveva messo in luce la scarsa possibilità di successo di iniziative economiche monopolizza trici del commercio. La scomparsa delle grandi Compagnie privilegiate aveva, invece, consentito non solo la liberazione di una miriade di piccole iniziative private, ma pure la creazione di alcune grosse potenze personali, che avevano occupato l'area monopolistica lasciata libera dal capitale statale godendo della stessa protezione governativa ed assumendo via via una solidità sempre maggiore. 2)
1) Tale atteggiamento della Bona può asserii testimoniato già da alcuni docc. che ritrovo in E. AIMII, op. eli., pp. 41, 69*71, e passim.
2) Quale esempio tipico, può essere ricordato il nome di Pandolfo Federico Oesterreicher, primo direttore della Compagnia Orientale e suo liquidatore fallimen-