Rassegna storica del Risorgimento
OBERDAN GUGLIELMO
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1971
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Giani Blu paridi
come se con quel bacio l'eroe di Caprera avesse predestinato lui a compiere ciò che gli altri non osavano.
Quante pur siano le illusioni perdute, quanti siano i crucci e i disinganni, non retrocederò d'un passo, finché non sia raggiunta la meta a qualunque costo. Quale maggior conforto, quale scopo può avere la vita se non il trionfo dell'idea? scriverà Guglielmo Oberdan all'amico Menotti Delfino, da Roma, pochi giorni prima di partire per la sua suprema missione.
Ormai era deciso. Le parole-parole non contavano più per lui. Le sole parole ch'egli apprezzava eran quelle che preparavano i fatti o, meglio, si preparavano ad esser fatti. Egli parlava poco anche con gli amici. Fissava precise e limpide le sue idee dirà uno di questi che lo frequentò negli ultimi tempi. Dentro di lui era deciso, deciso al sacrificio, poiché l'azione comune non era possibile. Aspettava l'occasione.
E l'occasione venne. Siamo nel 1882. Tutto dimostra che il nuovo Regno d'Italia, invece di dichiarare scopertamente e fieramente le proprie rivendicazioni, si è supinamente e segretamente alleato con l'impero austroungarico. E l'anno della Triplice. Ed è Tanno che fa comodo agli austriaci e agli austriacanti di ricordare come il quinto centenario della dedizione di Trieste ai duchi d'Austria (a tonto arrivano i politicanti, stravolgendo il significato dei fatti storici!). Tale anniversario sarà solennemente rievocato a Trieste. Lo stesso imperatore Francesco Giuseppe verrà a Trieste a celebrarlo. La data è fissata per il 17 settembre.
Oberdan non esita: è venuto il momento di dimostrare che Trieste non sopporta l'offesa. Quel giorno anche lui sarà a Trieste.
E quel giorno difatti è un giorno carico di destino per la città adriatica. Due profili opposti s'accampano sul quadro storico di quella giornata: da una parte uno dei più potenti e conosciuti sovrani d'Europa, estraneo all'anima di Trieste, dall'altra un giovane ignoto, che ha Trieste nel cuore, che è figlio genuino del suo popolo. Quel giovane sfida l'imperatore che ha dietro di sé un'immane potenza; quel giovane è solo, solo ad assumersi per Trieste e per la nazione italiana la responsabilità di tale sfida. Da una parte l'imperatore, accompagnato con tutti gli onori dovuti a un sovrano, meditabondo con la fronte bassa; dall'altra Lui, l'ignoto, vestito da operaio, viso e mani incrostati di sangue, le catene ai polsi, serrato tra gendarmi, ma con la luce serena negli occhi e con la fronte alta.
Lo storia è piena di crudeltà e di ingiustizie, di soprusi e di vergogne, ma ha anche un'anima essenziale che misura su diverso metro: l'anima essenziale della storia, fra quei due profili, in quella sfida, sta dalla porte d'Oberdan.