Rassegna storica del Risorgimento
OBERDAN GUGLIELMO
anno
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1971
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pagina
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195
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Guglielmo Oberdan 19S
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Noi non sappiamo quali fossero le intenzioni di Guglielmo Oberdan in quella giornata, né quale sarebbe stata la sua azione, se non fosse stato arrestato la sera prima a Ronchi. Sappiamo ch'egli aveva un compagno, Donato Ragosa, ma un compagno che potremmo considerare un compagno-ombra, non un compagno reale. Oberdan aveva voluto partire solo, agire solo, e soltanto all'ultimo momento, per un riguardo generoso, accettò che quel rappresentante dei circoli irredentìstici e degli esuli si unisse a lui, forse soprattutto perché era un istriano. Sappiamo d'un testamento politico scritto di pugno da Oberdan, e firmato anche dal Ragosa, nel momento di partire da Roma. Ma non sappiamo quale fosse il suo piano né se egli avesse avuto un piano preciso. Aveva con sé due bombe e una revolIella. Non possiamo escludere ch'egli avesse realmente l'intenzione d'attentare alla vita dell'imperatore. Lo afferma ripetutamente lui stesso negli interrogatori, sia pure per accusarsi e aggravare la sua colpa. Ma possiamo escludere ch'egli avrebbe gettato le bombe mdiscriminatamente e sparato contro l'imperatore in mezzo alla folla, col rischio di mietere vittime innocenti. Non avrei sparato contro l'imperatore se fosse stato tra il popolo; già il popolo a Trieste non gli sarebbe corso dietro , obietta egli fieramente al giudice.
L'animo umano è un mistero. E quello che si dibatté nell'animo di Oberdan in quei giorni dei preparativi, della partenza da Roma, del passaggio del confine fino all'arresto di Ronchi, dovette essere profondamente angoscioso, e noi non lo sapremo mai. Ma di una cosa siamo certi come della luce del sole: quando a Ronchi, passato il primo impulso di reazione, egli si lasciò arrestare e porse i polsi alle manette, tutto l'oscuro travaglio del suo animo si sciolse. Egli si sentì in piena armonia con se stesso, con la propria superiore e limpida coscienza, egli si senti felice. <c lo che sono fermato sono più felice di te: non m'importa di morire! dice al gendarme.
Finalmente egli è sulla via del patibolo con la coscienza pura, con le mani pure, e questa via egli la percorrerà fino in fondo con fermezza, con serenità, con una semplicità che ha del sovrumano.
Bombe, rivoltella, ideata sommossa: tutti pìccoli fatti che non confano più. Quello che conta è il grande fatto della protesta ideale, del sacrifizio, dell'esempio: conta per la storia e per le generazioni.
Prove tremende attendevano il prigioniero nei giórni tra l'arresto e l'impiccagione, in quei 96 giorni, lenti a passare nella tristezza autunnale; prove, che avrebbero stroncato chiunque, ma che non fiaccano lo spirilo di Oberdan. Egli le supera con la tranquillità e la sicurezza dei primi martiri cristiani. Le tappe sono segnate dalle sue espressioni, di cui ci è rimasta testimonianza, e dalle sue dichiarazioni negli interrogatori, sempre all'altezza