Rassegna storica del Risorgimento

CASALE MONFERRATO STORIA 1859
anno <1971>   pagina <402>
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402 Cabriolè Serrafero
nomerò delle munizioni; indifferenza assoluta sull'uso a cui avrebbero potuto essere destinoli. Lunghi convogli di carri, colmi di casse, giungevano in piazza Castello e venivano smistati alle varie fortificazioni. Nelle vicinanze di questi carri, era proibito fumare il sigaro e la pipa.
Gli intellettuali, che verso mezzogiorno si davano convegno nei pressi di S. Croce, parlavano di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, di regno d'Italia e di onore da salvare; e parlavano di Cavour, che a Torino capitale, alternava le ore di lavoro con le crisi coronariche, anche se allora non erano di moda. I nobili casalcsi, per la loro qualificata funzione decorativa, por non avendo ancora digerito lo Statuto, si sentivano altamente onorati di accogliere nelle loro case ufficiali di tutte le armi. I coltivatori diretti scendevano nella città ad ammirare le policrome divise dei fanti e dei. dragoni, ed alla sera tornavano alle colline, per raccontare strabilianti notizie a servi e salariati.
Nei salotti della Casale bene ufficiali italiani mietevano vittime femmi­nili, mentre i Garibaldini, con fortunose sortite a Vahuacca, razziavano patate, confermando quell'eterno connubio fra patate e soldato, che nonostante sia qualificato un furto, difficilmente diventa un reato.
Il grosso della truppa era acquartierato in quella zona dell'Ala, detta di Porta Nuova, dove stavano sorgendo le attuali via F. Cane e via Solferino. Il rione era circondato da alti obelischi, originali decorazioni gonzaghesche distribuite anche in altri punti della città, come in via della Biblioteca e nella contrada di S. Paolo, attuale via Mameli. La zona che il Municipio aveva deno­minato di Porta Nuova, ma che i Casalesi continuavano a chiamare con il vec­chio nome di quartiere S. Luigi, fu coperta da lunghe tettoie per gli alloggia­moti. Altre tettoie furono costruite lungo il muro del giardino Treville; altre ancora lunga il muro del seminario maggiore. Tutti i locali pubblici e religiosi furono requisiti compreso il Duomo. Questa opera maggiore della città era 6tata di recente abbellita Era stato abbattuto il claustro dei canonici, un lungo porticato dell'epoca di Barbarossa, che intersecando via Liutprando, correva parallelo al palazzo vescovile. L'esterno del Duomo era deturpato da intonaci e dalla sovrapposizione di casupole su cui occhieggiavano rare tracce della costruzione. La facciata era coperta da due case che lasciavano un breve spazio per l'accesso, senza portale, forse venduto a casa Viltà. *) Altro ingresso era quello laterale, sotto il cui rozzo arco due vecchiette vendevano dolci e cara­melle, medaglie e merletti. Nelle due case, i fratelli Deangeli avevano una ri­vendita di libri, ceduta in seguito a Bertero e Prato. L'atrio del Duomo, il famoso nartece, era ritrovo di monelli che giocavano alle biglie approfittando dei numerosi buchi nel pavimento. Gli angoli dell'atrio, nonostante la solerte vigilanza dei sacrestani, erano destinati allo scolo dei liquidi, il cui odore me* scolato all'incenso non armonizzava con il misticismo dei devoti.
La vita della citta continuava con i suoi divertimenti, primo fra tutti il gioco del pallone. Si teneva nel prato della fiera, un tempo di notevoli dimen­sioni, ma con il sorgere della stazione e del quartiere di Porta Nuova ridotto a sferisterio. Erano frequenti le sfide tra militari e civili con un tifo accanito.
In piazza Carlo Alberto 2' vi era una strana pietra u cui i militari davano
) VITTORIO TOKNIELU, Archifàtiurn di otto secoli, Casale, Arti Gru fu'he, 1964.
3) elln piazza principale della città Bórgo il monumento n Carlo Alberto che i Casalesi vollero erigere nel 1843 por riconoscenza al Sovrano che aveva restituito u Casale l'antico Senato e, cioè, la Corto d'Appello. Casale, con Nizza, Torino e Genova,