Rassegna storica del Risorgimento

GHISALBERTI ALBERTO M. BIBLIOTECA PRIVATA
anno <1971>   pagina <468>
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468 Utfori e periodici
zione pisacaniana. senza dubbio alquanto esagerata, di una effettiva grandiosità della spinta popolare, la quale in realtà fa tale Bolo a tratti, limitatamente a zone deter­minate, e comunque in maniera contraddittoria e imprevedibile.
Sol ruolo determinante assegnato da Pisacane agli intellettuali. Sechi conduce un discorso assai fine e calzante. L'Italia è schiava, sono parole di Pisacane nelle pagine conclusive perché mancava nel popolo la rivoluzione delle idee che deve sempre precedere la rivoluzione materiale, e mancavano i pensatori che nel silenzio del gabinetto avessero cercalo il rimedio alle tante sofferenze del popolo, che veni­vano espresse dall'odio al presente. Un popolo che insorge prima che sappia quali rimedi bisogna apportare ai suoi mali è perduto. Il periodo rapidissimo in cui le masse si precipitano all'azione, ben lungi dallo scovrire i bisogni, li nasconde. In tali bre­vissimi momenti ogni cittadino diventa un eroe. Da questo stadio si passa ad un altro diametralmente opposto. Cessata la febbre rivoluzionaria che assopiva tutti gli interessi materiali, questi si risvegliano con più fervore, ed ogni individuo cerca vol­gere a suo profitto il movimento operato. Quindi un governo che fa fondamento sulle instabili ispirazioni di un popolo insorto, diverrebbe impotente appena cessato quel­l'impeto .
Osserva giustamente Sechi, però, che il rapporto cosi istituito da Pisacane tra i gruppi intellettuali, intesi da lui come l'ala marciarne del movimento rivoluzionario, e le masse popolari, fra cui in primo luogo le plebi rurali, aveva un carattere piut­tosto astratto e velleitario : La saldatura, tra le due forze avviene, in effetti, j e qui sta la debolezza scientifica del suo socialismo attraverso l'esaltazione dello spi­rito spontaneista e dello slancio insurrezionale del proletariato e con l'investire gli intellettuali di responsabilità gravi superiori alle loro forze e di un eccezionale potere di controllo e di avanguardia, sia nell'elaborazione della strategia della lotta sia nell'organizzazione delle forze convogliatesi sul campo di battaglia. Vagamente, in questa concezione pisacaniana della rivoluzione sociale, si avverte il preannuncio della sfiducia nelle capacità di autogoverno del popolo, la cui maturità non va oltre la partecipatone al travaglio rivoluzionario, ma non ha un orientamento definito sulla linea da seguire a rivoluzione compiuta .
Il saggio di Giuseppe La Masa, che costituisce la seconda parte del volume, è presentato da Sechi come un contrappunto costante e, di fatto, un'alternativa globale ai concetti di organizzazione militare esposti da Pisacane nella Guerra combattuta*, ad opera di un ex-democratico repubblicano ormai guadagnato alla causa dell'unita­rismo monarchico e all'iniziativa piemontese, fautore pertanto del privilegiamento della guerra regia nella lotta nazionale. Malgrado questo filo conduttore, offerto con acutezza da Sechi, le pagine Della guerra insurrezionale in Italia rimangono nel com­plesso opache e piuttosto prive d'interesse, e fanno rimpiangere fortemente la prosa scattante e la densità di pensiero di Pisacane.
ALBERTO AQUAKOKE
Cirino DE LUCIA, Una rivista agraria abruzzese dell'ottocento preunitario. // Gran Sasso d'Italia* di Ignazio Rotai Teramo, Centro di ricerche storiche Abruzzo Teramano, 1970, in 8 pp. LD-196. S.p.
Seguito da un ampio sommario del periodico, per gli anni dal 1838 al '48, e da una serie di appendici, indici, note ecc., il saggio introduttivo di Guido De Lucia permette di avviare un interessante discorso sulla circolazione delle idee e sulle pra­tiche sperimentazioni in campo economico o scientifico, medico o agrario, nell'Abruzzo intorno alla metà dell'ottocento. Bene ha fatto il Colapietra, nel presentare il volume, a insistere sul periodo e sulle prospettive di carattere riformatore al tempo di Ferdi­nando II, sulle figure di Luigi Dragonotlf e di Ignazio Rozzi, la cui biografia è stata accuratamente ricostruita dal De Lucia sulla base delle carte d'archivio. Il Rozzi, ap­partenente ad agiata borghesia terriera della, provincia di Teramo, medico-chirurgo in vari paesi e poi insegnante di storia naturale nel liceo di Àquila, cura e dirige la compilazione del Gran Sasso per una dozzina d'anni, instaura una serie di relazioni