Rassegna storica del Risorgimento

GHISALBERTI ALBERTO M. BIBLIOTECA PRIVATA
anno <1971>   pagina <476>
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4*76 Libri e periodici
Ma non meno delle vecchie e pnr sempre così vive pagine del 1921, si leggono ora con interesse quelle che lo Jemolo ha premesso a questa nuova edizione. Che sono pagine di sobria, si potrebbe quasi dire pudica autobiografia intellettuale, e rimedita-zione sul personaggio storico Crispi: un personaggio al quale l'autore, com'è del resto naturale, non guarda con gli stessi occhi di un tempo, pur lasciando nelle grandi linee, ed in molti particolari, inlatta l'immagine che ne aveva da giovane tratteggiata. Persino nell'insistenza, che pare anche oggi davvero eccessiva, nel rite­nere che il vero punto vulnerabile di Crispi vada ricercato nel non aver egli ac­cettato la vita povera , nella sua non adamantina integrità in questioni di denaro, nella non impeccabile, infine, sua vita privata nel campo matrimoniale. Ben più con* vincenti, per esempio, le pagine della premessa rievocanti il clima d'opinione in cui affondò le sue radici il colonialismo dell'età crispina, un clima che non nasceva soltanto dalle manipolazioni dei grandi interessi economici (e non certo quelli comunque, rappresentati dal moderatismo lombardo, all'avanguardia dello sviluppo industriale nazionale), ma pure da altre e ben diverse componenti, non ultima fra le quali la rabbiosa ricerca di una riabilitazione sul piano del prestigio militare, quel prestigio che per i popoli è il ponto delicato, l'equivalente della sessualità quello su cui gli uomini possono soffrire le mortificazioni più profonde.
Malgrado tanta, anche recente, letteratura posteriore, questo Crispi di Jemolo resta un punto di passaggio obbligato, fibrato o meno che sia attraverso le ri consi­derazioni maturate nel corso di quasi mezzo secolo d'esperienze di uomo e di stu­dioso, e delle quali vale la pena riportare il nucleo essenziale.
C'è una certa residua simpatia per l'uomo Crispi, scrive Jemolo a proposito della sua posizione attuale che mi sembra sempre emergere dalla massa dei con­temporanei, di cui apprezzo la fede, la devozione al Paese, quell'aver saputo sradi­carsi presto da ogni legame, regionale, da ogni vincolo di gruppo (meno facile, anzi pressoché impossibile, svincolarsi del tutto dalle idee che ci hanno plasmato), essere uno dei primi italiani nuovi, soltanto italiani : senza neppure i rimpianti, cosi comuni a professori ed uomini di legge, per vecchi codici, vecchi ordinamenti. C'è ancora un realismo, che mi porta a credere nella realtà attuale delle Nazioni. Personalmente posso anche sentirmi cittadino d'Europa, di una civiltà, se non proprio cittadino del mondo, ma scorgo la realtà delle masse operaie ostili agl'immigrati, della coalizione che subito si forma tra datori di lavoro e lavoratori allorché si tratta di difendere interessi nazionali contro la concorrenza straniera, del disperato sforzo di tutti i go­verni, dopo aver firmato accordi per unioni economiche, di eluderne le clausole quante volte rischino di compromettere interessi di settori della economia nazionale. La na­zione resta una realtà; la lingua, certe forme mentali, anche certe illogicità, certe con­traddizioni comuni nel pensiero e nel sentire di quasi tutti i componenti un popolo, la cementa; non vorrei che per gl'italiani, cui è tanto difficile apprendere lingue stra­niere, le soluzioni europeistiche rappresentassero delusioni più che per altri popoli. Bi­mane altresì forte il senso dello Stato, lo scetticismo per la prospettiva che, almeno in tempi non remotissimi, si costituiscano forme diverse dallo Stato per organizzare la società nazionale, proteggerla. Lo Stato debole genera sempre il caos, e nel caos sono gli sparvieri, non le colombe, a trovare la loro ora propizia* resta anche un amore, sia pure amore rabbioso, di amante deluso, per questo mio popolo, con tante capacità, che troppo spesso restano inoperose, amore rabbioso pensando a quel che questo popolo potrebbe essere con più autodisciplina, con nn senso sociale che non ti arrestasse allo stadio della spontanea bontà, della pietà per chi cade, per chi è perseguitato, per ehi è punito, sia pure per sue colpe da tatti riconosciuta tali..
ALBERTO AQUARONE