Rassegna storica del Risorgimento
DE CAESARIS DOMENICO CARTE; DE CAESARIS (FAMIGLIA) CARTE
anno
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1972
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pagina
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269
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Le carte De Caesarìs
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Con linguaggio violento così affermava:
Città Sant'Angelo 12 die. 1866
Caro D. Domenico, grazie delle buone salsicce e nel mangiarle faremo un augurio dì salute e di felicità a tutti i liberali del '14 che si sono mantenuti fedeli. Questi di oggi sono liberali aritmetici, che dicono ave a Vittorio, a Francesco, al gran turco come il loro tornaconto li tira. Ad essi cavalieri, o ministri, voi ed io sputiamo in faccia...
Si tratta di affermazioni che, veritiere nelle accuse di opportunismo, non chiariscono però il programma e la posizione dei liberali abruzzesi: resta che la costante che li fece filoborbonici nel '14 e filopiemontesi nel '60 sia da ricercarsi nelle aspirazioni costituzionali.
CASTELLINE N. 5 E N. 6. Ho suddiviso in due pacchi il vasto materiale riguardante Antonio De Caesarìs, in modo che nella prima cartellina siano conservati i documenti più antichi e nella seconda quelli più recenti.
A) Abbiamo nella cartellina n. 5 un gruppo di lettere inviate alla madre Concerìa, alla zia Crocifissa, al Porreca e al Mancini nel decennio 1849-1859, oltre ad una sola lettera più vecchia, del 1841, diretta alla madre da Napoli, allorché Antonio, insieme al cugino Achille, si prodigava in favore dello zio Nicola. Tutte le altre sono state scritte dal Bagno penale di Pescara dove il giovane scontava la pena di 8 anni di galera per aver fatto resistenza alla forza pubblica ii 1 ottobre 1849, al momento della reazione borbonica. La sfortuna in quel momento sembrò veramente perseguitare la famiglia; nel '49 tatti i rappresentanti maschi erano in prigione, ad eccezione di Achille che morì nel 1851; lo segui nel 1855 il padre Nicola che non ebbe neppure il conforto di rivedere il figlio superstite Clemente. Dapprima Antonio, degno erede spirituale di Domenico, dirige dal carcere tutte le operazioni della ditta, scrivendo instancabilmente, consigliando, esorlando, senza autorità, ma con fermezza e trovando, in questo impegno, il modo per non lasciarsi sopraffare dallo sconforto. Nella casa di Penne si sentiva il bisogno di un intervento energico: il momento si era fatto difficile in tutti i sensi e se il Porreca si lamentava di non godere più della larghezza di un tempo, anche Antonio doveva ammettere di non riuscire ad ottenere più agevolazioni, perché la gente al governo era cambiata e i ricordi di un tempo si andavano cancellando con i goduti favori (lettera dell'll luglio 1850). In tali condizioni, lutti avrebbero potuto dare addosso alla famiglia e metterne in pericolo gli interessi, specie intorno al '50, quando fu trattenuto in carcere anche il vecchio Porreca, della cui sorte Antonio si mostra assai sollecito (lettere del 4 e 6 aprile 1850) e non certo solo per l'aiuto che gli avrebbe potuto fornire. Dal suo canto l'amico, appena liberato, si adoperava presso il Procuratore Generale per ottenere la revisione del processo o almeno per la liberazione di Antonio dai ferri (lettera del 22 giugno 1851) e forniva notizie agli altri condannati politici intorno alla loro posizione (lettera dell'8 settembre 1851). Si può dire che tutta la corrispondenza di Antonio per Panno '50-51 contenga un'invocazione di clemenza, l'ero di una sofferenza amara e di mia profonda partecipazione alla sorte dei compagni di carcero ammalati e sofferenti. Poi il tono sembra sollevarsi, raggiungere una certa rassegnazione: a}' accampano sugli altri i pensieri per la salute dei familiari che gli procura preoccupazioni, specialmente quella della nonna Caterina e della madre; soprati*