Rassegna storica del Risorgimento
DE CAESARIS DOMENICO CARTE; DE CAESARIS (FAMIGLIA) CARTE
anno
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1972
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pagina
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270
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270 Lucìa Gorgoni
tatto lo assorbono i problemi economici. Antonio non si accontenta, come lo sin Domenico, di impartire disposizioni di fondo, di indicare la strada da battere e il provvedimento da assumere: meno geniale di lui, di levatura direi più mediocre e certo dotato di una visione più ristretta dei problemi, anche se non meno coscienziosa e attenta, egli ai attarda, talvolta, a fornire indicazioni particolareggiate che riconducono immediatamente alla memoria passi catoniani, pagine dell'Alberti o versi del TansìUo. Si tratta di nozioni semplici ma ugualmente ricche di quel fascino che sempre suscita la poesia della rea rustica . Ecco di seguito uno dei momenti più interessanti da cui emergono luoghi ripensati nella memoria e rivive l'esperienza diretta di strumenti e di consuetudini che elevano l'uomo semplice all'atmosfera della poesia georgica:
Preparate in tal modo le bottà-tinelle, le farete portare nella cantina grande (ex di zio Nicola) situandole vicino al nuovo arco e non discoste dalla cistemuola che farete ripulire, onde in caso di disgrazia l'olio vi piombi. A suo tempo poi metterete intorno alle tre botti, che situerete vicine tra loro, una sufficiente quantità di noccio, fino a due terzi almeno delle botti, e cosi col calore che si sprigionerà dal noccào l'olio andrà a depurarsi ben svelto. Le botti siano poste sopra due pezza di legno alti un buon mezzo palmo, onde intromettervi del noccio anche sotto e cai-zarvelo bene. Non vi dico di situare le botti nel trappeto, perché una bella mattina potrebbero trovarsi vuote. La porta della cantina sia anche rafforzata; ma se nella cantina neanco le credete sicure, ed avete sito nel fondaco della casa, ponetele in un angolo, d'esso. Finalmente se le tre botti di 50 metri luna non vi basteranno per riporre l'olio da restituirsi ai padroni delle olive, fatene acconciare una o due di quelle più piccole da 30 metri l'nna, condizionate nell'istesso med modo (lettera del 22 novembre 1853).
La sollecitudine per il buon successo degli affari spingeva Antonio ad indicare persino i nomi dei lavoranti che si sarebbero dovuti impiegare nei periodi di maggior lavoro (lettera dell'll novembre 1853). Tenendo conto di questi atteggiamenti, di queste vocazioni, si capisce come la prigionia, pesante e durissima per tutti, dovesse rincrescere ancora di più ai De Caesaris, sempre rivolti al governo dei loro beni, incapaci di trovare nelle letture o negli studi, come fecero Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis, un rifugio e un placamento. Antonio è tutto proiettato fuori dal carcere e desta meraviglia come riuscisse a mantenersi al corrente dei fatti più minuti della casa: evidentemente lettere, corrieri e visite dovevano essere; frequentissimi, anche se sempre insufficienti per la mole di lavoro e gli impegni che la ditta aveva in molte località anche fuori dal Regno. Ma la fibra ne risenti: nel '57 Antonio si decise ad adire vie più influenti e addirittura ad appellarsi al Re per ottenere la liberazione che gli avrebbe consentilo di riparare agli inevitabili danni economici in parte subiti e in parte prevedibili* perdurando l'assenza da casa di tutti gli esponenti della famiglia. In questa circostanza egli dimostra di aver fatto tesoro dell'esempio dello Zìo Domenico, quanto a diplomazia: nei suoi appelli riesce a dosare opportunamente linguaggio ed espressioni, secondo lo richiedevano le circostanze. Così la lettera inviata al card. Giuseppe Cosenza, arcivescovo di Cupuo è tutta percorsa da invocazioni alla carità cristiano; quella inviata al Re è di tono più sostenuto e