Rassegna storica del Risorgimento

DE CAESARIS DOMENICO CARTE; DE CAESARIS (FAMIGLIA) CARTE
anno <1972>   pagina <284>
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Libri e periodici
Nell'introduzioni; l'A. presenta In repione marchigiana di fronte alia difficile età di trapasso -dall'epoca moderna a quella contemporanea, un trapasso che non potrà dirsi, ancora alle soglie dell'età gio-litiiaua, completamente compiuto e risolto, perché molte sono le zone che conservano strutture sociali elaborate in un passato remoto.
Se alcuni saggi come quelli su / corsari nelle acque marchigiane e su II gioco dello steccato nello Stato pontificio sono soprattutto attenti ad aspetti di ca­rattere più propriamente sodale, gli altri consentono un utile approccio ai problemi fondamentali della regione. Cosi la storia della Industria della lana a Matetica uno dei maggiori centri manifatturieri della regione, accanto a Fossombrone, Camerino, Pergola e, pia marginalmente, Ancona ed Urbino permette di saggiare difficoltà pratiche ed atteggiamenti psicologici degli imprenditori di fronte alle nuove realtà emergenti dall'ammodernamento, altrove generale, delle tecniche produttive nella se­conda metà del Settecento, e, poi, dai complessi e sconvolgenti rapporti creati dalla ristrutturazione politica dell'Italia in età napoleonica: il rifiuto delle novità e la fidu­cia accordata all'abilità mannaie delle maestranze (parallela a quella dei proprietari terrieri nelle capacità di lavoro dei mezzadri) spiegano chiaramente il processo di rapida liquidazione delle gracili industrie della regione.
Sull'altro versante stanno, dimensionalmente ben pia corpose, le Marche agricole, una regione che fu e resta essenzialmente contadina. Anche in questo settore il Set* tecento, che nella sua prima metà con la diffusione generalizzata del mais aveva pro­fondamente modificato le condizioni alimentari e i rapporti sociali nelle campagne, sembrò offrire una facile occasione al rinnovamento: ci fu dapprima la grossa realtà del porto franco di Ancona, che, creato nel 1732, offrì vistosi allettamenti commerciali alla pigra agricoltura mezzadrile; ci fu, subito dopo, l'eco delle vivaci discussioni teoriche, in chiave fìsiocratica, sulle possibilità dell'agricoltura come produttrice di ricchezza; ci fu, infine, il punto nodale dell'occupazione napoleonica, che spalancò le finestre della regione a tanta aria nuova. E le Marche sembrarono rispondere a que­sti stimoli: le accademie agrarie che sorsero un po' dovunque a cominciare nel Settecento da quella di Treia, per finire in piena Restaurazione con quelle di Pesaro e di Jesi accettarono gli inviti alla discussione e molti proprietari, borghesi e no­bili, parvero disposti a sperimentare colture e tecniche nuove; ma le onde inno­vatrici non riuscirono a superare le chiuse muraglie della mezzadria, difese dalla struttura signorile della proprietà terriera e dell'intera società marchigiana legata alla conformazione teocratica dello Slato.
Il granaio marchigiano, nonostante le sollecitazioni provenienti dal porto franco di Ancona per tutto il Settecento e dalle aspirazioni innovatrici di alcuni pro­prietari in età napoleonica, ben delineate nel saggio su Un vescovo agronomo nel Piceno, arrivò esausto e irrimediabilmente invecchiato alla Restaurazione, quando ap­parve chiara la sua incapacità ad affrontare senza drammi l'ondata di bassi prezzi degli anni venti del secolo XIX. giustamente l'A. ricollega il fallito rinnovamento agricolo al ritardo con il quale le Marche, ove la proprietà terriera fu sempre consi­derata e bene di rifugio e dove pertanto tutte le responsabilità furono lasciate a mezzadri troppo poveri e troppo ignoranti per fungere da elementi innovatori, segui­rono i tempi ed i modi di sviluppo del mondo contemporaneo. Ne derivarono, causa ed effètto insieme, il profondo isolamento e la chiusura verso l'esterno: le inquietu­dini sociali e le aspirazioni intellettuali al nuovo, dopo il prevedibile fallimento del riformismo pontificio, ci furono e l'A. le analizza acutamente nel saggio sui Ri* flessi dell'Illuminismo nelle Marcite, ma le idee circolavano, qui, come se galleggias­sero, senza mai mordere la realtà, che rimase pesantemente statica e sempre più chiusa in se stessa.
La chiusura era stata peraltro ribadita dal sostanziale fallimento del porlo franco di Ancona dopo la fase di ascesa ricca di promesse durata all'incirca mozzo secolo e che aveva coinvolto la stessa fiera di Senigallia: dal more Adriatico, dove già erano naufragate Venezia e II ognun, neppure le Marche riuscirono a lungo a trarre ricchezza e vitalità economica. L'A., che conosce bene queste vicende por avere pubblicato un ampio stadio sulle piazze mercantili adriatiche fra Cinque e Seicento ( f 'cnuzin, Ragusa,
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