Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA DEL 1848-1849; GUERRA DEL 1859; GUERRA DEL 1866; MILLE (
anno <1972>   pagina <340>
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Alberto Montesoro
Campagna del 1866. Mi pare che valga la pena, anzitutto, di riportare qui quanto scrisse il gen. A. Pollio introducendo la sua nota narrazione di que­sta disgraziatissima campagna. '*
Oltre alla preparazione politica, conviene riconoscere che anche la pre­parazione militare dell'Italia, era non solo per numero d'armati, ma anche per efficacia, abbastanza considerevole. Erano passati cinque anni dalla costituzione della Italia in Regno, e, oltre allo straordinario ingrandimento dell'esercito piemontese si era dovuto procedere alla fusione nel Regio Esercito di una parto dei quadri dell'esercito delle Due Sicilie e dell'esercito garibaldino.
Con finanze assai ristrette, s'erano dovuti fabbricare materiali in grandis­sima copia, creare dotazioni, stabilire magazzini e deposita, creare Stati mag­giori, quadri ecc. ecc. provvedere insieme ad un totale lavoro di organizzazione e di ordinamento, ed è veramente notevole che si sia giunti al grado in cui si giunse, tanto più se si pensa che la repressione del brigantaggio agiva d'altra parte come dissolvente, rispetto alla grande opera di ricostruzione militare nazionale .
Vi furono, però, allóra, deficienze varie che pesarono gravemente sulla preparazione e sull'esito della guerra. Mancava anzitutto, sostanzialmente, una direzione competente e responsabile di tutto quanto riguardava la preparazione militare. Il Ministero della Guerra era tutto preso dall'opera di organizzazione del nuovo esercito con i tanti problemi, spesso assai spinosi, connessi e poco riuscì concretamente a fare in previsione della guerra. Sarebbe stato ne* cessario un vero e proprio Stato Maggiore dell'esercito, che si dedicasse com­petentemente e seriamente allo studio ed al coordinamento, secondo le diret­tive del ministro, di tutto quanto rifletteva piani operativi, mobilitazione, radu­nata ecc.; Stato Maggiore che, allo scoppio delle ostilità, avrebbe dovuto tra­sformarsi in Comando Supremo. Allora, invece, allo Stato Maggiore erano affi­dati solo compiti modesti, quasi marginali.
I generali non mancavano, ma, pur essendo quasi tutti figure di soldati valorosi, avevano, in genere, una preparazione professionale assolutamente ina­deguata ai loro compiti in guerra e, purtroppo, anche una mentalità assai simile a quella dei generali francesi di allora, che, come vedremo più innanzi, consi­deravano la guerra una questione essenzialmente di genialità personale innata e di valore e. quindi, non davano la dovuta importanza ad ogni serio studio e alla preparazione operativa. Per giunta erano poco affiatati fra loro, qualche volta addirittura divisi da rivalità: è universalmente noto il dualismo Lamar-mora-Cialdini.
È facile comprendere, conoscendo tale mentalità dei capi, come piuttosto trascurata fosse allora la cultura e la preparazione degli ufficiali e dei sottuffi­ciali e l'addestramento della truppa: mancava una vera e moderna dottrina di guerra, l'addestramento era sostanzialmente ridotto a vieto formalismo e, quindi, non chiaramente indirizzato alle concrete esigenze del campo di battaglia. Man­cavano anche o difettavano la disciplina delle intelligenze, il sentimento della cooperazione, l'unità di dottrina e di metodo.
Tuttavia, nonostante questi gravi difetti, l'Esercito italiano era un organi­smo animato da complessiva buona saldezza morato: se ben comandato, avrebbe potuto rendere assai più di quanto in concreto avvenne. Per colmo di sfortuna
l) ALBERTO POLLIO. C.ustoza (1866), Reina, 1935, p. 3.