Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA DEL 1848-1849; GUERRA DEL 1859; GUERRA DEL 1866; MILLE (
anno <1972>   pagina <348>
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Alberto Montesoro
allora per la muggì ore i tenti volumi della Stona del Consolato e dell'Impero di Adolfo Thiers e altre opere consimili. Il Thiers, particolarmente, facendo di Napoleone Un dio e dei suo! marescialli e veterani una raccolta di eroi, aveva scritto piuttosto un poema epico-cavalleresco che una storia documentata e severa, atta a servire di solida base alle riflessioni degli studiosi, contribuendo, così, in misura notevole, a falsare gli insegnamenti che dovevano trarsi dallo studio di quel sommo maestro della guerra. Napoleone appariva una specie di semidio, dotato, per straordinario dono di natura, di una genialità militare superiore, unita a una volontà indomabile: era, quindi, inutile, vano tentare di avvicinarsi a lui, tanto meno imitarlo. Ne conseguì che in tale periodo Napo­leone, come sommo stratega e tattico, non fu studiato in profondità, non fu penetrato nella sua intima essenza artistica; così non fu colto in lui l'aspetto forse meno appariscente, ma più sostanziale di condottiero. Scrisse giustamente il Fabris: Napoleone aveva pensato per tutti ed agli altri era sfuggita l'arte con cui egli preparava le vittorie... La guerra, più che un'arte, appariva il risultato esclusivo del valore individuale, prendeva, insomma, l'aspetto che essa ha nei poemi omerici.1'
Fatto è che per tale incompleto e unilaterale studio di Napoleone si raf­forzarono e si diffusero ampiamente negli ambienti militari del tempo due preconcetti tornati quanto mai dannosi, e cioè che la guerra è questione di ge­nio innato, di ispirazione del momento, di colpo d'occhio e che ogni buon comandante, sul campo di battaglia, trova sempre la soluzione migliore da adot­tarsi in ogni contingenza: quindi ogni studio dell'arte militare è da conside­rarsi pressoché inutile; e inoltre che i capi militari debbono essere, essenzial­mente, magnifici educatori e trascinatori dei loro uomini, eroici comandanti, intrepidi sabreurs, come dicevano i Francesi. Accadde, così, che fin verso il 1870 non si vide, In generale, la necessità, per i comandanti, di seri studi che conferissero loro la preparazione professionale necessaria.
Da tutto questo complesso di fattori negativi derivò quell'abbassamento della capacità strategica e tattica dei comandanti che fu la causa prima delle non poche deludenti prove fornite nel corso delle campagne dell'Ottocento e, quindi, anche in quelle del nostro Risorgimento.
La loro strategia fu generalmente pigra e lenta, non mirando, come con Napoleone, alla battaglia decisiva. Pur essendo informata alla concezione della manovra, questa non si svolgeva, però, col concetto, prevalente nel grande Corso, di portarsi con la massa delle forze sulle retrovie dell'avversario per costrin­gerlo ad arrendersi o ad accettare la battaglia in condizioni di inferiorità mo­rale e materiale: essa, invece, portò generalmente a una battaglia caratterizzata dall'impiego a spizzico delle forze, il che è ben diverso dalla razionale succes­sione degli sforzi. Chiaro esempio la manovra di Magenta del 1859.
La tattica, a sua volta, fu caratterizzata dalla non razionale compenetra­zione e interferenza tra movimento e fuoco. In quasi tutti gli eserciti europei ci troviamo di fronte a due modi di combattere: uno tendente a imporre hi propria volontà all'avversario con l'attacco a fondo a testa bassa, che disprezza il fuoco e abusa della baionetta, nella convinzione che solo sulla punta di que­sta risieda il talismano della vittoria; un alerò, invece, sostenitore in pratica
) VACCA-MACGIOLI NI, op. clu, p. 8.