Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA DEL 1848-1849; GUERRA DEL 1859; GUERRA DEL 1866; MILLE (
anno <1972>   pagina <351>
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Note sulle campagne dèi Risorgimento 351
ciò, valore e spirito di sacrificio non inferiori, certo, a quelli esistenti negli altri eserciti europei.
Con ciò non voglio affatto dire che tutto sia stato allora perfetto in Prus­sia e nel suo esercito e che errori non siano siali commessi. Al riguardo basti ricordare, ad esempio, che il Moltke, nel campo operative, pur partendo da ipotesi logiche come Napoleone I, a differenza di questo, poco si curava di controllare che le ipotesi corrispondessero all'effettiva realtà (impiegava poco, fra l'altro, la cavalleria): poiché, però, se egli era stato logico, assai spesso non lo erano stati i suoi avversari, accadde che il Moltke fu di frequente sorpreso sul campo di battaglia. Ma, carattere imperturbabile anche davanti alle più gravi sorprese e manovratore abilissimo, mercé l'intelligente collaborazione e iniziativa dei comandanti dipendenti, alla fine otteneva normalmente la meglio. So bene che la guerra è sempre evento enormemente tragico e complesso. In essa, tutti commettono errori: ma vince chi ne commette meno e riesce a non perdere mai la testa!
Dopo quanto si è esposto, per concludere con un giudizio per quanto pos­sibile sereno circa le campagne del nostro Risorgimento e i comandanti che le condussero, mi pare sia doveroso tener presenti alcuni fondamentali fattori ne* gativi che pesarono Bulle campagne stesse. Fra gli altri, anzitutto, nel campo politico il quanto mai complesso, faticoso, agitatissimo travaglio unitario, per cui gli animi degli Italiani furono a lungo profondamente divisi e discordi circa i mezzi e i modi da seguire e solo col tempo si realizzò una certa unità di spiriti; la prematura scomparsa, nel 1861, del conte di Cavour.
Nel campo militare pesava il fatto che le campagne si svolsero in un pe­riodo di generale, grave decadenza dell'arte militare, talché il Cavour, che piò. di una volta ebbe a rimpiangere di non essere un uomo di guerra, eccellente conoscitore di uomini com'era, avvertiva l'insufficienza dei generali, e un giorno, confidando le sue apprensioni agli intimi, sembra abbia detto di loro: Tutti bravi, tutti pronti a giocarsi la pelle, ma il bernoccolo del condottiero non l'hanno, non ne hanno neppure la preparazione . ' ' Da aggiungere le grandi difficoltà che ostacolarono prima la cooperazione, nel campo militare, degli esuli e poi la fusione nell'esercito italiano delle milizie ereditate dagli altri Stati e dalle formazioni volontarie; la lunga, dolorosa ed onerosa campa­gna contro il brigantaggio che impegnò gravemente l'esercito dopo il 1860; la prematura perdita, nel 1865, del gen. Manfredo Fanti, uomo di retto e saldo carattere, di innata genialità e di seria preparazione professionale: vien fatto di pensare che, sotto il suo comando, non avremmo avuto, nel 1866, Custoza, ma, probabilmente, una vittoria. Questa, del resto, fu allora la convinzione, fra gli altri, del vecchio generale piemontese Enrico Morozzo della Rocca, che scrisse testualmente: Il Fanti, per il quale devo professare una stima che raggiunse il massimo della ammirazione e della deferenza, tanto da reputarlo il migliore tra i generali dell'Esercito italiano, era il Bolo, forse, che avrebbe potuto scongiurare le catastrofi del 1866 .2 Non vi è dubbio che il Fanti sa­rebbe entrato in guerra con un piano ben delineato e, sicuramente, con lui non vi sarebbe stato un dualismo come quello che purtroppo si ebbe fra il
') Vedi MASSIMO CAPUTO, Cavour rimpiangeva spasso di non esseri uomo di guerra, in Corriere dello, aera, 3 luglio 1964.
2) Vedi hotel MoNfMNi, Manfredo Fanti, in Rivista Militare, settembre 1965.