Rassegna storica del Risorgimento

?BER FERDINANDO; GIORNALI GRAN BRETAGNA 1859-1860; <> 18
anno <1973>   pagina <237>
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Giornalismo e adone: F. Éber
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almeno per quanto riguardava il suo collaboratore ungherese. Con tutto l'attac­camento che questi aveva per Garibaldi, non lardò ad accorgersi dei pericoli che la crescente influenza dei radicali a Napoli e i contrasti sempre più palesi tra il dittatore e il governo piemontese comportavano per la causa dell'unità nazionale. Si sapeva Garibaldi troppo occupato nelle questioni militari e pro­penso perciò ad affidarsi per gli affari di governo ai suoi collaboratori; le posi­zioni di primo piano che tra essi tenevano elementi noti per i loro sentimenti repubblicani facevano temere un mutamento nella linea politica di Garibaldi, soprattutto dopo che era diventata nota l'aperta ostilità tra lui e Cavour, e lo scambio di lettere a tale proposito tra il dittatore e il re. L'Éber, pur distaccato a Caserta e preso dalle cure del servizio, seguiva allarmato lo svolgersi della situazione; il viaggio improvviso di Garibaldi in Sicilia non fece che aumentare la sua preoccupazione, condivisa da quanti avevano adottato fin dal principio il programma garibaldino della liberazione del Mezzogiorno sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Comincio a temere egli si confida col Tiirr che Saffi diventi prodittatore in Sicilia e Bertani a Napoli. Per me, sarebbe la nostra rovina. Per l'amor del cielo, parla col Vecchio... . più esplicitamente: Se egli sceglie la via del Repubblicanesimo io non lo seguo, perché a parer mio fa una follia e compromette ciò che ha fatto finora .]) Angosciato, egli vede l'amato capo combattuto tra il sentimento di lealtà verso il sovrano e l'azione persuasiva dei radicali che sfruttano abilmente la manifesta ostilità dei gover­nanti di Torino per esasperare maggiormente il troppo impulsivo eroe e spin­gerlo all'aperta opposizione. In una lunga lettera confidenziale al Klapka, il nostro sfoga tutto il suo risentimento contro quei cani del tipo di Bertani che Io aizzano e stuzzicano come serpenti e, giocando sull'antagonismo Garibaldi-Cavour compromettono il prestigio e tutta l'opera del Vecchio col presen­targli sotto luce falsa i rapporti di forza delle varie correnti politiche, in un momento in cui l'intervento dell'esercito regio nell'Italia Centrale stava conva­lidando agli occhi dell'opinione pubblica italiana il principio monarchico-unitario.2 Lo stesso Éber, e con lui i colleglli dello Stato Maggiore dell'eser­cito garibaldino, mentre si sforzano di cannare il dittatore e trattenerlo da passi irreparabili, attendono l'arrivo dell'esercito sardo per mettere fine ad una situa­zione che giudicano di giorno in giorno più insostenibile, non solo per lo stato di mezza anarchia che regna nella pubblica amministrazione e i sensibili malu­mori della popolazione, ma anche per i sintomi d'indisciplina e di disorganiz­zazione in seno dell'esercito. Ingrossato nei quadri con l'afflusso di nuovi eie-
1) Éber a Tiirr, Caserta, 24 settembre 1860. ACS. Fondo Tiirr. fase. Éber.
2) Il Ministero a Torino fa di tutto per offendere il Vecchio, e qui Mazzini e com­pagnia bella fanno di tutto per metterlo su. Tra le due tendenze, potrà nascere gualche guaio. Io confido tuttavia nella parola di Garibaldi e nei suoi contatti diretti con Vittorio Emanuele. Comunque, occorre fare l'annessione quanto prima. E desiderio comune sia qui, sia in Sicilia. La gente non vuole restare in questo stato d'incertezza, desidera qualcosa di positivo ed è allarmata per la venuta di Mazzini, Cattaneo eco. È inutile, questi qui non sono- desiderati in Italia: loro si fanno delle illusioni e talvolta anche al Vecchio, al quale fanno credere che se un domani si convocasse il Parlamento, in tutta Italia si starebbe con Garibaldi e contro Cavour, Nulla di più ingannevole di ciò, specie da quando l'esercito sardo è andato in Romagna ed b venuto qui. È stato un grondo colpo di Stato, ma a mio parere il meglio che potesse succedere. Io sono molto affezionato al Vecchio, ma con questo mi rendo conto chiaramente che egli non ò più padrone di quanto ha in mano . (Éber a Klapka, Caserta, 28 settembre 1860).