Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1973>   pagina <290>
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290 Libri e periodici
componenti della vita statale, l'integrazione della società civile nello Stato erano si desi­derale dai sovrani che a tale scopo tendevano con i mezzi che avevano a disposizione, ma, per il pieno conseguimento di tali obiettivi, era necessaria la costante e totale colla­borazione della borghesia alla riforma dell'ordinamento. Finché tale collaborazione della classe più operosa ed intellettualmente più capace fosse durata, la riforma poteva proce­dere, ma quando questa si fosse interrotta, allora la riforma sarebbe diventata impos­sibile, l'interruzione della collaborazione era la logica conseguenza della presa di coscienza che, al termine di un lungo processo di maturazione, per la pressione di eventi esterni, la borghesia aveva compiuto sulla necessità di prendere essa stessa la conduzione del potere, sottraendo all'assolutismo dinastico o ai residui gruppi oligarchici privilegiati la direzione della cosa pubblica .
La codificazione, come ben si sa, non fu il risultato dell'autonoma elaborazione degli ordinamenti politico-giuridici italiani, ma il frutto di un'importazione, sotto certi aspetti di un'imposizione, dall'esterno; fenomeno storico, del resto, comune a buona parte dell'Europa occidentale e non per nulla uno dei modi più pregnanti di qualificare l'èra napoleonica consiste nel definirlo l'età del Code Napoléon. Quest'ultimo, cóme puntualizza Ghisalberti, rappresentava agli occhi degli strati più avanzati della borghesia, a più di qualsiasi altro fatto del periodo della dominazione francese, il grande balzo in avanti che per volontà di un legislatore, con una normazione appropriata, la nazione aveva potuto fare sul concreto terreno dei rapporti civili e, al tempo stesso, proponeva in termini anticipatori il problema di una unificazione legislativa alla quale sarebbe stato in avvenire difficile sottrarsi se non richiamandosi a visioni particolaristiche e atomistiche della realtà giuridica italiana .
Naturalmente, il problema principale che si pone a proposito della codificazione così come fu recepita in Italia nel periodo napoleonico e poi in parte conservata in pa­recchi Stati nonostante la Restaurazione, è quello della misura in cui essa da un Iato rispondeva alle effettive condizioni economico-sociali predominanti nelle varie regioni della penisola, e dall'altro contribuì a modificarle, a stimolare il processo di ammoderna­mento delle strutture della società civile. La risposta non può che essere, certamente, diversa a seconda delle diverse situazioni regionali. Ad ogni modo, uno degli aspetti più interessanti del problema così indicato consiste nel fatto ch'esso si presta mirabilmente a quei nuovi metodi d'indagine storiografica che per quanto invocati ormai da più parti, stentano ancora da noi sia a trovare un adeguato riconoscimento, sia, una volta ottenu­tolo, a dare i frutti sperati. Infatti, come osserva Ghisalberti, è questo uno dei casi nei quali una storia " quantitativa ' che analizzi, cioè, per campione e secondo le re­gioni ed i periodi di tempo, una serie di atti e processi riguardanti istituti che pur avendo subito modificazioni normative, avevano una disciplina normalmente rimessa alla volontà delle parti, potrebbe dare qualche risultato valido per integrare di massima le indica­zioni della storiografia tradizionale. Si potrà così documentare in modo definitivo l'assunto, formulato dalla storia etico-politica e della cultura, in base al quale la recezione del sistema normativo francese a base codificata non si deve considerare soltanto un fatto di élites intellettuali o di classi dirigenti, ma un fatto socialmente sentito e vissuto, perché verificabile nella prassi .
La matrice riformistica settecentesca e quella rivoluzionario-napoleonica francese si ritrovano fianco a fianco non solo nell'esperienza intellettuale e legislativa della codi­ficazione, ma anche in quella della costituzione, come base dell'ordinamento statuale e del rapporto fra governo e governati. Le monarchie settecentesche osserva in pro­posito Ghisalberti nel suo secondo saggio ove più forte, per la presenza di un ceto intellettualmente capace ed economicamente operoso, era la consapevolezza delle finalità istituzionali dello Slato, contribuirono indirettamente, per una sorta di eterogenesi dei fini, alla genesi ed olla diffusione dell'idea costituzionale. Favorendo, infatti, l'aspirazione propria della borghesia alla statizzazione del diritto, premessa alla sua cortezza ed alla sua sistemazione organica da realizzarsi con la codificazione, alimentarono anche la tendenza alla ricerca di una garanzia normativa contro ogni arbitrio; finirono, quindi, col provocare, contro gli schemi assolutistici ed autoritari dominanti la scena del diritto pubblico, quella stessa reazione che ai era manifestata contro le tendenze particolaristiche e pluralistiche