Rassegna storica del Risorgimento
CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno
<
1973
>
pagina
<
303
>
Libri e periodici
conseguenti risentiti atteggiamenti, ohe, pur in difficili circostanze, le diedero nuove tonalità, e ravvio ad un ruolo preminente di natura economica.
Valerio Caslronovo ha presentato la classe giornalistica piemontese dell'Ottocento, dando specialmente rilievo alle figure di Felice Govean, Giovan Battista Botte ed Alessandro Bercila, fondatori della Gazzetta del popolo, e di Vittorio Bersezio, direttore della Gozzetto piemontese, che si trasformerà nella Stampa. Attraverso il confronto di questi due maggiori giornali e degli uomini che li hanno diretti, egli ha delincato la dialettica interna del liberalismo piemontese con le differenti reazioni alla perdita della capitale: da una parte la posizione tesa, romantica, protestataria del Bollerò, che finirà col trovare nel galantuomo Crìspi il governante preferito; dall'altra una posizione pragmatistica e riformìstica, ohe si affina col letterato Bersezio, duttilmente capace di comprendere e di esprìmere le possibilità di rilancio del Piemonte sul terreno economico, ponendo le pie-messe dell'indirizzo giolittiano, dato alla Stampa da Luigi Roux e da Alfredo Frassati. Si segnala pure, in questo primo intervento, il discorso sul contributo piemontese nella genesi e poi nel superamento del trasformismo.
Particolari aspetti del giornalismo subalpino sono stati trattati da Aldo Alessandro Mola, che si è addentrato nella stampa di provincia, dal centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi , che è tornato sulla Gazzetta piemontese, da Luigi Chiesa e Carlo Trabucco, che hanno presentato la stampa cattolica torinese, da Emilio R. Papa, che ha illustrato gli atteggiamenti della Gazzetta del popolo verso la classe operaia, da Enrico Gianeri, che si è occupato dei fogli satirici, da Ermanno Teganl, che si è soffermato sul Gianduja, da Giorgio Pestelli, che ha indagato la parte musicale e da Stefano Ajani, che ha affrontato i problemi tecnici.
Assai rilevante è l'intervento di Raimondo Luraghi sui commenti dei giornali torinesi alla guerra civile americana, inteso a smitizzare la rappresentazione di quel conflitto centrata sul problema della schiavitù, e quindi l'idealizzazione antischiavistica della causa nordista. Egli indica ì fattori che hanno causato tale interpretazione nella dipendenza dalle informazioni della stampa newyorkese e, più ancora, nei parallelismi della nostra penisola, dove un Nord unificatore si scontrava, proprio in quegli anni con la parziale renitenza del Sud, deluso dai risultati dell'unità, ed esalta la penetrante autonomia di giudizio di Giacomo Dina, il direttore dell'Opinione, che seppe invece disancorarsi dallo schematico dualismo della ragione e del torto. Appare ovvia, in effetti, la convergenza di altri moventi, che hanno più direttamente motivato il conflitto americano, quali il dissidio economico-doganale tra liberismo e protezionismo e quello istituzionale tra una concezione relativamente unitaria ed una più autonomistica dei vincoli federati. Si può anche accettare il disincantato giudizio del Dina, riferito e condiviso da Luraghi, che in molti strati dell'opinione pubblica nordista l'abolizionismo andasse di pari passo con la negrofobia. Si deve nondimeno riconoscere òhe in questo, come in altri casi della storia, le finalità etiche e liberatrici si sono innestate con una spinta possente ed inarrestabile sui differenti motivi d'urto e di contrapposizione, favorendo, sia pure con un'esagerazione propagandistica, la parte con cui hanno potuto intrecciarsi.
L'importanza di tale intreccio non può esser invalidata neppure dal rilievo di Pasquale Villari (portato, in parte, alla critica del Nord dall'analogia sentimentale delle situazioni meridionalistiche), secondo cui gli Stati settentrionali superarono lo schiavismo per ragioni insite nel loro sviluppo economico anziché per un'ispirazione prettamente morale. Se vi è infatti una ragione per la quale spiriti profondamente morali apprezzano lo sviluppo economico è specialmente quella che esso può porre le condizioni per agevolare il progresso etico dell'umanità. Del Testo, quando il principio morale venga a mancare e quando razzismo e schiavismo divengano veramente feroci, allora anche l'industria può diventare terreno adatto per l'asservimento più spietato delle energie timone, come l'esperienza nazista ha dimostrato durante la seconda guerra mondiale. Ma l'esito antischiavifltieo del conflitto americano, che portò alla liberazione di milioni di negri, convalida con u forza del fatto idealizzazione nutrita dai contemporanei, che la critica storica fa bene peraltro a ridimensionare, mostrando hi decisiva concomitanza degli altri moventi nella genesi del conflitto slesso. Il riconoscimento che le masse negre d'America hanno poi subito nuove discriminazioni e sono cadute in una cronica depressione rispetto
303