Rassegna storica del Risorgimento

BANCA ROMANA STORIA 1889-1895; BANCHE
anno <1973>   pagina <421>
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A ottantanni dalla Banca Romana
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ministeriale non appena la riforma dell'emissione apparve il prezzo indispensa­bile per manager l'inchiesta parlamentare) ed infine, di li a poco, l'assassinio di Emanuele Notarbartolo, che non era certamente soltanto un tipico delitto di mafia finanziaria e politica, ma anche la testimonianza del modo con cui certa classe dirigente isolana più o meno crispina reagiva da un lato ai morti di Cai-tavuturo e dall'altro alle prospettive di liquidazione del Banco di Sicilia, nel­l'ambito unificativo fatto valere ora energicamente dalla Nazionale ed illustrato opportunamente dall'A., ma forse senza l'irrequietissimo sfondo ambientale che trascende di molto la stessa figura del Tanlongo e le sue rocambolesche vicende.
L'A. ha comunque buon gioco nel documentare, specie attraverso impres­sionanti dichiarazioni di Biagini, il mendacio di Giolilti circa la sua pretesa ignoranza dei fatti della Banca Romana e specialmente la connessione (18 gen­naio 1893) tra le convenzioni bancarie per l'unificazione e l'arresto di Tanlongo e Lazzaroni, una vicenda su cui il ruolo mediatore di Chauvet (l'uomo di Gri­maldi!) per conto del governo, di un radicale legalitario come Fortis che, però, era anche avvocato di Casa Reale, di un superstite della Destra trasformista filoministeriale come Finali, tutto ciò rappresenta una grossa zona d'ombra, nella quale solo l'episodio De Zerbi può ritagliarsi in ima luce estremamente livida, soprattutto nella prospettiva eloquente della sua successione al collegio di Palmi, l'oscurisshno giolittiano Cbindamo che liquidò il più gran nome del regiona­lismo nicoterino, Diego Tajani.
L'ispezione Finali, com'è noto, viene presentata alla Camera il 20 marzo e l'indomani si costituisce la commissione dei Sette, presieduta anche qui da un revenant compromesso a fondo con la mitologia crispina come il Mordini (le cui carte ricchissime per gli anni sessanta, esaminate attentamente dallo Scirocco, andrebbero sfruttate anche per questo periodo), su una prospettiva di lavoro sottilmente, e non del tutto coerentemente articolata tra lo zanardél-liano Gallo ed il giolittiano Palberti, fino alla soluzione Guicciardini, uno dei molti uomini di centro sinistra di questa primavera giolittiana che, al pari di Martini e Galimberti, sarebbero passati alla lotta più accanita contro l'uomo di Dronero, secondo un iter che si amerebbe poter conoscere meglio.
Alla commissione parlamentare si perviene (l'A. avrebbe fatto bene ad approfondire questi dibattiti) dopo che il 27 gennaio ed il 24 febbraio erano etate respinte a larga maggioranza, intransigentiesimo il Giolitti nella negativa, proposte consimili, la seconda delle quali avanzata dal socialista Agnini, e dopo che tutta l'atmosfera politica era stata messa a rumore dall'incidente Bonghi, una delle campagne dissacratrici personalistiche tutt'altro che discare a Giolitti, ma stavolta a danno di un nomo che era stato escluso dalla Camera grazie ai finanziamenti della Banca Romana nel collegio di Anagni, e ciò malgrado le sprezzanti smentite del presidente del Consiglio al principe Odelscalchi circa la voce uscita dal carcere e che merita di tornarci a proposito delle pericolose indiscrezioni in merito fatte da Bernardo Tanlongo,
L'ambiente e la situazione, insomma, mi sembrano alquanto più complessi e sfuggenti (ma per tutto ciò può farsi capo integrativamente al Manacorda) di quanto non risulti dall'esposizione dell'A. prima di passare all'esame dei vero e proprio progetto di riforma bancaria, anche qui non una semplice alzata d'ingegno tecnico di Giolitti, ma emano tesa politica ai moderati lombardi dopo le convenzioni bancarie e corrispondente liquidazione dell'ormai sere-ditaliseimo Grimaldi, l'esatto pendant politico delle disavventure di Tanlongo in gennaio.