Rassegna storica del Risorgimento

anno <1974>   pagina <228>
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228 Michelangelo MendeUa
Chi fosse il Mendicini può ricavarsi dai seguenti dati. Nato a S. Giorgio in Calabria, di anni 27, era sergente nel III Cacciatori. In un documento della Commissione indagatrice viene ritenuto miserabile e di poca istruzione , pur essendo stato educato nel collegio italo-greco di S. Demetrio1) ed avendo rag­giunto il grado di sergente. Che fosse, del resto, veramente di scarsissima cul­tura si può ricavare dalla lettura di una sua autografa deposizione, zeppa di er­rori, contenuta nell'Archivio Borbone. Seguendo il Compendio della commis­sione d'istruzione, si rileva che il Mendicini divenne in Napoli intimo amico del Milano, del Nocito, e del Rinaldi, suoi compagni di Collegio. Egli frequen­tava altresì il prete greco Marchiano, il quale spesso teneva discorsi sediziosi. Aveva tentato, inoltre, di disertare insieme col Tangor, salendo su un mercan­tile inglese e su un altro greco, ancorati nel porto di Napoli. In carcere, il Men­dicini tenne discorsi che confermano essersi egli caldamente impegnato nella combriccola . Dopo varie reticenze, egli rese poi ampie rivelazioni ( è il tipo della astuzia greca commenta la Commissione), confessando esplicitamente la cospirazione in casa Nocito; gli eccitamenti da parte di costui per indurlo all'attentato: resistenza di una setta organizzata presso un imprecisato Mar­chese; 2) il giuramento, infine, prestato da lui sui pugnali , nella suddetta casa. Riconobbe, altresì, di aver fatto avvertire Nocito, subito dopo l'attentato, per­ché potesse mettersi in salvo. Ed, in effetti, Antonio Nocito e Giambattista Fal­cone riuscirono a fuggire a Malta, in seguito a peripezie che vale la pena di raccontare.
La sera dopo l'attentato, il Nocito chiese asilo a due suoi amici: Cesare De Martinis di Cerignola e Tommaso Arabia di Cosenza (studenti liberali, fre­quentatori del caffè De Angelis) che non conoscevano il Milano. I due andarono a prelevarlo nel luogo in cui esso Nocito si era momentaneamente nascosto e lo condussero prima in casa di Francesco Napoli e poi presso il sacrestano della Chiesa della Concezione a Montecalvario, albanese anche lui. La polizia ricer­cava altresì il Falcone, per cui questi si era successivamente unito al Nocito. Ad un tratto, la casa del sacrestano fu visitata dalla polizia; ma i due ricoverati, scavalcando i tetti, potettero rifugiarsi in casa dello studente Vincenzo Cosentino da Palmi, anch'egli frequentatore del caffè De Angelis. I fuggitivi, quindi, non sentendosi sicuri in Napoli, cercarono un asilo migliore. Fu allora che Giovanni Marini, il De Martinis e l'Arabia si rivolsero a Donna Giulia Pandola, vedova del barone Gennaro Compagna.3) La Pandola offrì il suo Castello, in Lauro, e colà i due fuggiaschi rimasero parecchi giorni, finché decisero d'imbarcarsi, non sentendosi sicuri neppure in quel castello. De Martinis si rivolse, quindi a Ferdinando Mascilli, il gran padre dei patrioti e cospiratori , come lo chiamò il De Cesare.4) Dopo pochi giorni, però, il Mascilli fu arrestato anche lui, Infine
Il Nocito disse altresì che il partito era esteso in tutta Europa e che egli era in corrispon­denza con gli emigrati Mosciaro e Mauro.
1) Compendio del processo compilato dalla Commissione d'istruzione pel sacrilego at­tentato dell'empio Milano, in A.S.N., Arch. Borbone, Affari del Regno, fase. 960/2. ce. 931-932.
2) In una successiva dichiarazione del 6 febbraio '57 il Mendicini afferma di aver capito trattarsi del marchese di S. Cosmo (A.S.N., Arch. Borbone, Affari del Regno, fase. 960/1, fol. 167, voi. I, e. 176).
3) il Marini era, infatti, amico dell'abate Graditone, zio delle figlie della baronessa, albanese anche lui e liberale (Cfr. R. DE CESARE, op. cit.y p. 212).
4) Ibidem, p. 213.