Rassegna storica del Risorgimento

anno <1974>   pagina <243>
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Agesilao Milano
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disponendo che costoro fossero sottoposti a vigilanza, e a domicilio forzoso, nei rispettivi Comuni.!)
Esaminando tale decisione della magistratura catanzarese sorprende che 1 giudici, assolvendo gli imputati per non aver trovato elementi sufficienti di reità contro di loro, non incriminarono (come avrebbero dovuto fare conse­guentemente) il caporale Pittelli di falsa testimonianza. Probabilmente, le sud­dette decisioni si ispirarono ad una certa generale indulgenza. Tale impressione è confermata anche da due ulteriori episodi. H primo (del 1854) riguardante il Milano; l'altro (del 1855) concernente D. Francesco e Giuseppe Marchiano, Giovanni Cortese ed altresì il Milano.
Circa l'episodio del 1854, già esaminato in precedenza, va ricordato che quest'ultimo fu accusato da Orazio Fullone e Michele Dores, con denuncia di­retta all'Intendente della provincia di Cosenza, di aver divulgato voci allar­manti di una prossima rivoluzione, con lo sbarco di Francesi ed emigrati nel Regno; di aver ricevuto tali notizie dal latitante Alessandro Mauro; e di aver esternalo l'impudente e nequitoso disegno di attentare alla Sacra Persona del He .2) Accuse gravissime, che portarono all'imputazione di cospirazione ed attentato per distruggere e cambiare il Governo . Senonché, la sentenza della Gran Corte criminale di Calabria Citra, del 7 ottobre 18543) assolse il Milano, per insufficienti indizi di reità , senza vagliare adeguatamente la suddetta circostanziata accusa. Invero, nella indicata decisione, si dà atto che il Milano fu accusato dai testi Fullone e Dores; ma costoro furono ritenuti inattendibili unicamente in base all'affermazione apodittica che fossero capaci di mentire e, per quanto riguarda il Dores, in base al rilievo che costui ebbe a mutare la sua prima accusa (peraltro, solo sul punto che il Milano aveva deciso di atten­tare alla vita del Re non nel marzo del 1854, ma due anni prima).
Del pari, la Gran Corte criminale di Calabria Citra prosciolse, il 19 otto­bre 1855, Marchiano Giuseppe e Francesco, Cortese Giovanni ed Agesilao Mi­lano dall'imputazione di discorsi sediziosi ad oggetto di spargere il malcontento contro il governo; nonché di tentativo di evasione e di corrispondere con co­mitive armate .4) Particolarmente interessante si presenta, al riguardo, la requisitoria del Pubblico Ministero, dalla quale risulta che il sarto Angelo An­tonucci, detenuto per furto nelle prigioni di Cosenza, aveva rivelato al Com­missario di Polizia che i Marchiano [anch'essi detenuti] cercavano da più tempo sovvertire gl'individui che si trovavano nella compresa, poiché facevano intendere che fra non molto dovea verificarsi uno sbarco dei Francesi nella marina di Rossano e di Cetraro, ed in ognuno di essi vi stavano gli emigrati politici del regno, ed in specie Giovanni Mosciaro e Domenico Mauro; che inol­tre il figlio di Murat era sbarcato in Palermo ed avea sborsato delle somme di danaro con la sua effige e con la iscrizione Murat Re di Napoli; che in questo modo il regno di Napoli era perduto ed i detti Marchiano come coloro che eransi distinti nel Campo dei ribelli nel 1848, si aspettavano un guiderdone delle loro fatiche; che la Russia era stata vinta, i Francesi dovevano occupare il regno
1) A.S.N., Arch. di Polizia, Gabinetto, fase. 1510, anni 1854-59, esp. 1487, voi. 2, par. 3, fase. 3.
2) A.S.N., Arch. di Polizia, Gabinetto, fase. 1511, anni eil., esp. cil. voi. 4".
3) La Corte era composta dal presidente Fr. Pacifico, dai giudici Apollonio, Falletti. Cirillo e De Stefano, cancelliere Paone.
4) Cfr. Copia della sentenza, del segretario della Procura generale, Giuseppe Stinca (in AJ5.N., Arch. di Polizia, cit. sopra).