Rassegna storica del Risorgimento

anno <1974>   pagina <245>
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Agesilao Milano 245
Anzi, la Gran Corte criminale di Calabria Citra " non rinviò neppure a giudizio detti accusati (tutti assenti, tranne Gregorio e Alessandro Rossi) non trovando ninna pruova e neanche positivi indizi dalle reiterate istruzioni compilate sia dalla polizia ordinaria, sia dalla polizia giudiziaria, da poter ritenere tutti o alcuno degli imputati come consci o aderenti del ribaldo Milano o in altro modo cospiratori contro la Maestà del Re (D.G.) e suo Reale Governo J>.
Si nota, indubbiamente, nel comportamento della Magistratura borbonica una strana indulgenza, probabilmente spiegabile con la consapevolezza dei tempi nuovi che andavano maturando. Ben altro rigore aveva, invece, mostrato la magistratura borbonica per il fatti del 1848, del 1820-21 e, soprattutto, per quelli del 1799!
Nel 1856 fu punito, con rigore, solo Agesilao Milano. Ma nel suo caso la .flagranza del grave delitto commesso e l'impossibilità di astenersi da una con­danna esemplare, erano fin troppo evidenti. Qualsiasi indulgenza sarebbe ap­parsa, invero, ingiustificata di fronte all'opinione pubblica ed avrebbe costi­tuito un pericoloso atto di debolezza. Senonché, soddisfatta l'aspettativa popolare con la spettacolarità dell'esecuzione capitale del Milano, non s'indagò con al-strettanto rigore nei confronti dei correi, le cui responsabilità sfuggivano alla opinione pubblica (data, oltretutto, la segretezza delle indagini), ma che non potevano non apparire evidenti, particolarmente nei confronti di Nocito, Dramis, Francalanza, Gregoraci, Zaccaro, Rinaldi [oltre ai sopraindicati], per gli elementi raccolti a loro carico, sui quali si è innanzi discusso. Alcuni di questi (quasi cer­tamente i più colpevoli) restarono nelle carceri napoletane fino al 1860, in base a semplici misure di polizia, senza che la magistratura potesse sottoporli a processo.
Nelle carceri di S. Maria Apparente erano detenuti: Attanasio Dramis,
IOrazio Rinaldi, Domenico Francalanza, Domenico di Stefano, Francesco Masci, Eugenio Conforti, Raffaele Trioli, Guglielmo Tocci, Lelio Gatti, Pietrantonio Basile, Raffaele Aiello, Isidoro e Alfonso Gentili, Igino Mirarchi, e Giuseppe Marchiano. 2J Altri, come La Zaccaro, Stanislao Marchiano, Mendicini, Tangor, Carlo de Angelis, Marchese, Don Antonio Gradilone, furono inviati altrove, o liberati. Il noto Giuseppe Mendicini scontò due anni in carcere,3) fu infine confinato nelle isole, nel gennaio 1859, così come Vitangelo Tangor; mentre Do­menico Antonio Marchese fu del tutto liberato.
In una supplica del 15 settembre 1859, diretta al Re (che allora era Fran-
*) La Corte era composta dal Presidente Severini, dai giudici degli Liberti, Leguiti, Caivano, Velere, sost. cancelliere Vetere. Va notato, in relazione al cospicuo numero di im­putati, che questi avrebbero costituito, quasi certamente, il nucleo sostanziale di rivoltosi se l'attentato fosse riuscito e se si fosse verificato lo sbarco dei francesi sulle coste Calabre.
2) Ved. le suppliche del 15 settembre 1859, del 10 ottobre '59 e, infine, del 27 gen­naio 1860, in A.S.N., Arch. di Polizìa, Gabinetto, fase. 1510, anni 1854-59, esp. 1487, voi 2 par. 4, fas. 2. Su ciò cfr. A. BASILE, Suppliche cit.
3) Ved, la supplica di G. Mendicini a S. Eccellenza il Ministro dì Polizia in data 31 ottobre 1858 (A.S.N., loco cit. alla nota 74, par. 2).
Per la liberazione dell'ultimo gruppo di detenuti, esclusi anche dall'atto sovrano di amnistia, per i condannati politici, di Francesco II, bisognò attendere il luglio del 1860. Il Re ricevette pressioni sia dal ministro inglese Elliot, sia dal francese Brenicr ed, infine, da Liborio Romano. A quest'ultimo rispose che quei carcerati calabresi non erano imputati politici, ma di regicidio (cfr. Lettera di G. Tocci a li. De Cesare, in data 24 agosto 1907, in R. DE CESARE, op. eli., voi. Ili, p. 54; ed inoltre ved. A. OMODEO, La politica di Carlo Filangieri, ora in Difesa del Risorgimento, Torino, 1951, 2" ediz, 1955).