Rassegna storica del Risorgimento

anno <1974>   pagina <263>
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Agesilao Milano 263
Un fallo? Aveva rubato? Aveva svaligiato la diligenza? Aveva battuto moneta falsa?
Peggio.
Peggio?
Aveva sedotto la moglie del suo più caro, più intimo amico.
Soltanto questo! esclamai con l'accento di chi suppone che altri si faccia giuoco di lui.
Don Guglielmo comprese che io ero incredulo sol perché il fallo... via, non mi pareva abbastanza grave.
Caro mio, voi non pensate disse lui che Agesilao Milano era stato educato severamente come si educavano i giovani allora e che la sua era un anima nobilissima e purissima tratta alla colpa da una fatalità. Ricordate quel che dice Dante di Virgilio, ferito acerbamente dal rimprovero di Catone:
0 dignitosa coscienza e netta Come ti è picciol fallo amaro morso!
E il fallo poi, allora, nelle nostre borgate, su' nostri monti, in cui l'onore, la lealtà eran tanta parte della religione ... badate, allora io dico, non era punto piccolo, era anzi reputato il più grave che un uomo avesse potuto commettere. È certo che il povero Agesilao si ri­tenne per disonorato, e perciò volle sostituirsi al fratello che faceva parte della leva, e perciò chiese a vostro padre ed a vostro zio delle lettere di raccomandazione per essere ammesso nei cacciatori che stavan di guarnigione a Napoli e a Palermo, e che in caso di guerra sarebbero stati i primi a marciare contro il nemico. In quell'anno io ero studente di legge a Napoli e abitavo al Vico Rotto San Carlo. Un giorno sentii picchiare all'uscio e, apertolo, vidi un soldato. *)
Chi siete? gli chiesi.
Sono Agesilao, mi rispose: non mi riconoscete? So bene che dopo l'orrendo fallo commesso non dovrei comparire innanzi ai galantuomini. Voi forse mi disprezzate e avete ragione; si, avete ragione .
1) Della visita fattagli dal Milano, il Tocci riferi anche nella dichiarazione autografa (ma scritta in terza persona) del 18 dicembre 1856 alla Commissione d'istruzione. Per una opportuna comparazione, non sembra inutile qui riportarne il brano relativo: ce Dice che conobbe Agesilao Milano nel collegio italo-greco, dove il Tocci stette in educazione dal 1840 al 1847, ma appena si ricordava di lui perché non fu mai unito di camerata, mentre il Tocci nel 1845, 1846 e 1847 era prefetto della Camerata dei Grandi, e il Milano si trovava in camerate inferiori; che quindi uscito di Collegio Tocci, perché non era stato suo collega, né di classe né di Camerata, e perché di paesi distanti circa una giornata di cammino l'uno dall'altro, non solo non passò la menoma relazione con Milano, ma non aveva occasione neppure di ricordarsi di lui che in maggio passato quando Milano, all'uso dei provinciali i quali visitano un provinciale nei paesi forestieri anche per conoscenza remotissima e di relazione, andò a trovarlo. Tocci non lo riconobbe; finalmente risovvenutosi dai ricordi che Milano gli dava di Collegio, si fece le meraviglie come da studente un tempo ora lo vedeva militare. Milano disse che le disgrazie sue, cioè le persecuzioni politiche sofferte, L'essere stalo espulso dal Collegio, e finalmente anche le persecuzioni private di non so quale fa­miglia di S. Benedetto che lo accusava, calunniosamente secondo lui, di aver attentato al suo onore, non gli lasciava sperare, né permettevagli di aspirare a nulla di meglio che ad una carriera militare, dove con quella mediocre istruzione che avea avrebbe potuto avanzare. All'oggetto si raccomandava ad esso Tocci se poteva agevolarlo con qualche commendatizia; fi Tocci gli rispose che egli non poteva nulla, che si raccomandasse direttamente al Generale Lecca il quale era stato sempre benevolo per gli albanesi che gli si erano raccomandati. Dopo quel tempo Tocci passò senza che avesse avuto la benché menoma relazione con lui Ved. A.S.N., Archivio Borbone, Affari del Regno, fase. 960/1, voi. I, foli. 57-60, ce. 65-68.