Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1974>   pagina <308>
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Libri e periodici
GIUSEPPE CARLO MARINO, L'ideologìa sicilianìsta. dall'età dei lumi al Risorgimento; Palermo, S. F. Flaccovio Editore, 1971, in 8, pp. 241. L. 3.200.
Perché fu inventato il mito di una Sicilia immortale: questo è quanto Fautore del volume si propone di chiarire partendo dal settecento, epoca in cui esso sorge e si afferma. G. C. Marino ribalta in questo lavoro tutta l'impostazione, a suo dire troppo astratta, che era stata data alla questione della cultura siciliana dal libro di G. Gentile ce II tra­monto della cultura siciliana . Di questa ideologia che viene vista come operante sovra­struttura di una fase concreta della vita siciliana l'autore distingue i dati qualificanti sotto il profilo dottrinario e. il suo carattere strumentale al servizio di reali interessi di classe (p, 13).
Vanno visti e studiati separatamente, rappresentando realtà diverse, l'autonomismo e il sicilianismo troppo spesso confusi con l'ideologia sicilianìsta; l'uno ce la cui base di classe va ricercata principalmente nei ceti borghesi (p. 13) cresce e s'impone a partire dal 1848, l'altro rappresenta un fenomeno ancor oggi persistente tipico del costume siciliano. L'ideo logia siciUanista invece, a detta dell'autore, affonderebbe le sue radici nel '700 epoca in cui l'aristocrazia terriera dell'isola, sentendo vacillare le basi della sua autorità, si volse ad esaltare i motivi a sostegno dei suoi privilegi e a ricercarne le origini.
Il mito di una Sicilia quintessenziale che in un primo tempo era stato a poco più che un'immagine riflessa della società feudale protesa nello sforzo di identificarsi per acqui­sire la certezza di una investitura morale e storica, si avviò poi a diventare argomento a sostegno di una consapevole strategia di affermazione politica (o meglio, di autodifesa) dei ceti privilegiati (p. 43).
Con Carlo ILI, per la prima volta, lo Stato divenne presente in Sicilia e l'ideologia siciUanista divenne un'arma assai utile per combattere questo Stato rivendicando per l'isola diritti sovrani.
Le dottrine illuministiche attecchirono poco e male in Sicilia, secondo Marino, perché se ne avvertì l'inconciliabilità con gli interessi di classe baronali e ciò che si accolse fu sna­turato: si giunse a giustificare, attraverso la concezione del diritto di derivazione illuministica proprio ciò contro cui si era sviluppata tale dottrina. Stabilito che le leggi non possono con­traddire il diritto naturale, le Nazioni non possono a subire la violenza di ubbidire a leggi da altri Principi e Nazioni decretate e, siccome la Sicilia è nazione, ce ha titoli originari di sovranità e diritto incontestabile al riconoscimento e alla tutela dei suoi ordinamenti, vale a dire, del sistema dei privilegi dei ceti dominanti (p. 54).
Negli ultimi decenni del '700 però ci si rese conto, grazie alla spinta evolutiva pro­vocata dai <c lumi , della necessità di fondare il ce Regno della Sicilia non più sul mito ma sulla base di dati storici per rivendicare più validamente un primato della Sicilia e per individuare l'evoluzione del diritto pubblico siciliano. Gli eruditi del tempo cercarono di portare avanti l'idea di una Sicilia vivente, maestra delle genti (p. 57) nei vari rami delle scienze e delle arti non potendo però tacere sulla presente desolazione.
Questo motivo della Sicilia defraudata e vilipesa dagli stranieri e dai settentrio­nali, già presente nei testi del '700, verrà ripreso nell' '800 a giustificazione delle classi diri­genti; l'ideologia siciUanista si sarebbe costituita praticamente sulla base di un rifiuto pertinace di criticare la realtà (p. 63).
In contrasto con gli apologeti che esaltavano il primato siciliano si ponevano però i filologi come Mona. Francesco Testa e Rosario Gregorio il quale ultimo affermava che fu­rono i Normanni i primi a dare un ordinamento di diritto pubblico allo Stato siciliano prima inesistente; l'anarchia ripreso il sopravvento nelle età successive mentre le domina­zioni straniere contribuivano indirettamente a consolidare il potere baronale.
Durante i primi anni dell' '800 ci si rese conto dell'abisso ohe divideva la Sicilia ideale settecentesca dalla Sicilia reale ma non fu certo la trasformazione del feudo in latifondo, ciò che già in pratica era, a modificare la situazione; sarebbe stata necessaria una rivolu­zione agraria che rendesse il coltivatore sicuro del suo fondo, osservava Paolo Balsamo a cavallo tra i due secoli, per risollevare la situazione dell'isola.
La restaurazione decisa a Vienna si attuò in Sicilia ce come occupazione di un vuoto di potere da parte della Corona napoletana (p. 115), ma la politica centralizzatrice del
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