Rassegna storica del Risorgimento
CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
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1974
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Libri e periodici
quanto, dalla documentazione prodotta dall'Autore, è possibile a nostro avviso rilevare dati statistici di qualche rilievo, sia sulla composizione etnica sia su quella sociale del settarismo dalmata.
Dal punto di vista etnico, tra i nomi citati, 4 sono di stranieri (3 francesi e 1 inglese) e 10 italiani (di diversa provenienza); degli 89 restanti, solo 3 appartengono sicuramente a dalmato-slavi, mentre 71 appartengono sicuramente a dalmato-italiani; 15, infine, non sono a ti ri Inàbili con certezza ad alcuno dei due gruppi.
Lo scarsissimo numero di affiliati slavofoni dimostra come il discorso liberale fosse stato recepito quasi esclusivamente dalla minoranza italiana. Né vale opporre che ai trattasse del ceto dirigente. Infatti, le professioni esercitate dagli indiziati sono le seguenti, in ordine di prevalenza numerica: pubblici funzionari, impiegati, artigiani, commercianti, possidenti e imprenditori, marinai, operai, militari, musicanti, diplomatici, medici e sacerdoti. Per converso, dei tre Slavi indiziati, due appartengono alla borghesia intellettuale (pubblici impiegati), il terzo è il conte Marislao Zannovich, noto esponente della nobiltà serba di Cattaro. La consistente presenza di persone di modesta condizione economica e sociale nel gruppo dei settari italo-dalmati, non ci sembra né casuale né del tutto priva di significato. Al contrario, dal punto di vista sociale, l'eterogeneità degli indiziati prova in un certo senso se stessa, in quanto può dimostrare che essi appartenevano ad ogni categoria sociale, senza alcuna particolare accentuazione classistica, forse più ancora che in Penisola.
Se è incerta la data di nascita del fenomeno settario in Dalmazia, certa ne è, invece, la data di morte: il 1 gennaio 1819. In quel giorno fu, infatti, arrestato un Giovanni Me-nini, sotto la grave accusa di essere stato il promotore di tutto il movimento settario di Dalmazia. Se questa accusa si fosse concretata nell'imputazione di alto tradimento, il Menini avrebbe potuto essere condannato a morte. Ma è, appunto, qui, nella rinuncia della autorità giudiziaria austriaca ad applicare il rigore con cui andava procedendo, ad esempio, in Lombardia, la singolarità della vicenda delle sette in Dalmazia.
Il processo che ne segui, celebrato a Zara e a Spalato tra il 1820 e il 1822, per il numero degli imputati (63, mentre 40 risultavano semplicemente sospetti) e la gravità dei fatti denunciati, assume un'importanza non minore di quella dei processi di Venezia e di Milano; lo dimostra l'ampia e diffusa relazione che a contiene la versione ufficiale delle origini e della diffusione della Carboneria e delle altre sette segrete in Dalmazia nel secondo decennio del secolo scorso (pp. 15-16).
Il 21 maggio 1822, il Supremo Tribunale di Giustizia di Vienna pronunciò la sentenza definitiva: sentenza di assoluzione generale per tutti. Pochi mesi prima, con sentenza 14 gennaio 1822, si era concluso anche il processo politico contro i Guelfi di Zara, con sanzioni amministrative a carico dei 22 imputati veramente irrisorie; da un minimo di una settimana ad un massimo di quattro mesi di detenzione.
Ora, può essere sufficiente la moderazione e l'equilibrio del Magistrato viennese a spiegare tanta mitezza? Disponeva la magistratura giudicante di elementi sufficienti, fornitile dall'inquirente, per emettere un giudizio diverso?
Dall'esame dei documenti riprodotti non pare proprio, tanto più se si aggiunge che, ancora nella relazione con cui si accompagnavano le domande di grazia dei Guelfi zaratini, l'autorità di polizia si preoccupava di concedere parere favorevole all'alleggerimento delle già lievi pene inflitte ai condannati, minimizzando i fatti ad essi attribuiti ed escludendo, comunque, che avessero un qualsiasi significato politico. Come era stata assai poco puntigliosa nel l'indagare e restia ad utilizzare le deposizioni più compromettenti degli accusati, ora, l'occhiuta polizia asburgica riduce i congiurati a dei sempliciotti, che si riunivano con la prospettiva ... di grandi mangiate e bevute .
Per questo, concordiamo con l'Autore quando opina dovere la polizia nascondere minimizzando i fatti - - la propria inerzia, dal momento che non aveva saputo prevenire un cosi ampio diffondersi del movimento settario (p. 156). Dai rapporti polizieschi, gli accusati appaiono come a persone senza alcun connotato politico, giudicate (...) a livello e a mentalità da frequentatori di osterie D (p. 210).
È, evidentemente, un'interpretazione inaccettabile. Pur con lutto il ciarpame ohe le sette come tutte le organizzazioni sovversive, d'ogni tempo e paese avranno raccolto,