Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1974>   pagina <317>
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Libri e. periodici
Si tratta infatti, a differenza del nolo lavoro feltrinelliano del Farolfi di quattro anni or sono, prevalentemente documentario e descrittivo di una certa tecnica in un paesaggio agrìcolo determinato, di una minuziosa scomposizione ed analisi per l'appunto di questo paesaggio, allo scopo di poter far risaltare il fenomeno ed il mito della mezzadria toscana come qualcosa di non solo paternallsticamente legato all'ideologia dei a campagnoli ma di strutturalmente connesso con l'ambiento circostante.
Tale risultato viene ragionato dall'autore in termini fortemente polemici e negativi, individuandosi da lui nella mezzadria l'elemento frenante dello sviluppo agricolo toscano, a causa dell'ignoranza e soprattutto della miopia dei mezzadri medesimi, incapaci di solle­varsi al di sopra di una mera economia di sussistenza e della <r solitudine ambientale, tra le coordinate della cerealicoltura indiseriminala e del podere isolato, che imbrigliano in modo ferreo la campagna toscana e le impediscono una seria e coerente evoluzione in senso capitalistico (a questo proposito la divergenza dell'A. dal Sereni ed anche dal Mirri è molto netta, e segna uno dei punti più interessanti e più meritevoli di approfondimento del volume).
Di quest'ultimo, protagonista indubbio e patetico è Cosimo Ridolfi, nella cui perso­nalità di agronomo progressista e di campagnolo conservatore si assommano, per così dire, le contraddizioni più vistose dì una cultura libresca e sperimentale all'avanguardia dei tempi, che riesce bensì a porsi come classe politica egemone del granducato (l'egemonia dura almeno fino al 1876, l'affarismo bancario livornese non rappresentando che la versione ammodernata e pseudodemocratica dell'imperante liberismo) ma non in grado di rovesciare una struttura sociale profondamente arretrata, le cui manchevolezze tecniche non valgono ad oscurare, agli occhi dei campagnoli , le benemerenze moralistiche e conservatrici.
11 frumento al centro del paesaggio agrario toscano, dunque, con le viti che avvol­gono d'una orlatura soda ed impermeabile le prode del campo rettangolare, attraversato da filari di gelsi: questo lo spettacolo consueto del podere mezzadrile di piano, ohe si mo­difica in collina senza raggiungere mai risultati effettivi di sistemazione razionale ed intensiva.
Si tratta di una coltura evidentemente ed esasperatamente promiscua, rispetto alla quale il prato non riveste che un'incidenza assolutamente insignificante, a causa della sua sterilità ai fini immediatamente alimentari (è questo il primo, ed uno dei principali ele­menti della sfasatura toscana rispetto alla trasformazione capitalistica delle campagne euro­pee, ed altresì lombarde, alla Cattaneo ed alla Jacini).
Granturco e fagioli come colture d'avvicendamento al posto delle fave, dell'avena, del trifoglio così brillantemente impostosi nell'Europa nordoccidentale, confermano e sottoli­neano la <t fissazione mezzadrile per i raccolti panizzabili, quella lotta assidua per la so­pravvivenza, contro la carestia, che illumina di luci fosche un ambiente solitamente idea­lizzato in forme georgiche, come l'A. documenta a fondo nella seconda parte del suo vo­lume, che conduce anche nella bucolica Toscana del felice governo lorenese, al pari che nell'aspro Mezzogiorno borbonico, al taglio esorbitante dei boschi, che determina tra coioni e proprietari uno scontro violento e significativo a proposito dell'introduzione del mais nel Casentino, uno scontro che i mezzadri vincono proprio in virtù dei pregi alimentari e nutritivi del granturco, che per essi rappresentano giustificazione esclusiva per una esplo­sione colturale di tali dimensioni.
11 dato estremamente eloquente del massimo di redditività granaria conseguito pro­prio in quella Maremma grossetana dove più estesa è la proprietà e più irrazionale il ciclo di coltivazione sia a confermare che la resa immediata in termini quantitativi ed alimen­tari è runico obiettivo del mezzadro, anche se la terra ne esce smunta e la ricchezza nazionale nel suo complesso tutt'altro che incrementata.
Lo sfruttamento massimo della superficie coltivabile viene realizzato, ancora a metà Ottocento, essenzialmente attraverso la vangatura, a la mano dell'uomo resa tagliente , se­condo la bella definizione del Ridolfi, in cui è compendiata tutta l'apologia dell'intelligenza individuale del lavoro agricolo toscano, virtù e miseria di imo stato di cose ormai irrime­diabilmente sopraffatto dalla rivoluzione agraria europea (e dall'applicazione della scienza all'agricoltura) malgrado le sue risorse tecniche veramente ragguardevoli.
E, accanto alla cerealicoltura, è significativo che ne la vite né l'olivo riescano ad hn-
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