Rassegna storica del Risorgimento
CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
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1974
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pagina
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323
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Libri e periodici
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GIUSEPPE FERRARI, Scritti politici, a cura di SILVIA ROTA GHIBAUDI (Gassici della politica, 27); Torino, U.T.E.T., 1973, in 8, pp. 1118. L. 13.500.
Al volume contenente una antologia degli Scritti politici di Giuseppe Mazzini da noi presentato in un recente fascicolo della Rassegna, fa seguito, nella stessa collana di Classici della politica e quindi con la stessa ariosa veste editoriale, questo in cui si ripubblicano alcune delle maggiori opere e dei più interessanti artìcoli di Giuseppe Ferrari, il pensatore milanese che, formatosi alla scuola di Gian Domenico Romagnosi, emigrò nel 1838 nella più progredita Francia, vi visse a lungo dedicandosi all'insegnamento e. passando in mezzo a furibonde polemiche, assimilò i principi delle più recenti teoriche rivoluzionarie, se ne fece divulgatore con un occhio apparentemente attento alla situazione italiana, per poi tornare nel 1860 nel paese d'origine e accettare di sedere in quel parlamento monarchico che era agli antipodi della sua concezione politica. Figura piuttosto enigmatica, anche se di indubbio valore intellettuale, il Ferrari fu giudicato temperamento scostante dai contemporanei, anche da quelli più impegnati politicamente, che in lui, direi non a torto, videro piuttosto il pensatore da tavolino, e non ha trovato grandi estimatori tra i posteri, neppure tra quelli maggiormente predisposti a comprenderlo, che hanno accusato di sterilità, se non di astrattezza, il suo pensiero e lo hanno giudicato troppo avulso dalle condizioni reali di quelle masse che pure gli stavano tanto a cuore.
Chi, invece, ha mostrato di voler attribuire una collocazione più equa nella scala dei meriti al pensiero politico del milanese, difendendone a spada tratta vita e opere, è Silvia Rota Ghibaudi, la studiosa che, legata al Ferrari da una quadriennale corrispondenza d'amorosi sensi il suo G. Ferrari è del 1969 , ha curato l'introduzione e l'impostazione di questo volume. A proposto dell'introduzione devo dire che essa, per quanto dotta ed appassionata, non mi sembra che sciolga tutti gli interrogativi che si presentano a chi tenti una obbiettiva valutazione dell'attività ferrariana. Tanto per fare un esempio, una delle accuse dalle quali la Rota Ghibaudi si preoccupa maggiormente di difendere il milanese, è quella derivante dalla contraddizione tra il suo credo socialista e la sua presenza in un parlamento monarchico: a tale proposito la curatrice osserva che questo era l'unico modo per esprimere il proprio dissenso dall'establishment politico postimi.tario, e ciò può anche essere vero. Ma il grave non è che Ferrari sieda in un parlamento moderato; il grave è che quando Bakunin arriva in Italia nel 1864, non tarda molto ad accorgersi che nella penisola il socialismo è ancora di là da venire e che gli sparsi movimenti operai sono disorganizzati perché non hanno capi che li guidino, non hanno esponenti che vedano abbastanza chiaro. Si dirà che anche Cattaneo si era ritirato dalla mischia e aveva rifiutato perfino il mandato parlamentare; ma Cattaneo era un federalista, non un socialista, e a metterlo da parte era stata la soluzione stessa del moto risorgimentale. Un uomo come Ferrari aveva invece ancora uno spazio ristretto certo, ma praticabile, e in prospettiva reso ancora più agevole per la incipiente stanchezza per il mazzinianesimo in cui muoversi: non ne approfittò minimamente, e per lui che aspirava ad essere riconosciuto come il padre del socialismo italiano questo fu un limite gravissimo. E le istanze collettive che, a dire della Rota Ghibaudi, predominano nella concezione politica ferrariana, finiscono, se distaccate dal quotidiano contatto con la realtà che sola le può mettere alla prova, per apparire come un malinconico gioco della mente.
Per questo motivo a me, diversamente che alla Rota Ghibaudi, con la quale pure concordo quando considera privo di fondamento il giudizio dato da G. Berti sul valore del socialismo ferrariano, a me, dicevo, sembra fondatissima la limitazione che fa il Della Pe-ruta del contenuto socialista del pensiero ferrariano al 1849-52, al periodo cioè in cui la critica al mazzinianesimo ai traduce in una spinta a creare un'alternativa di sinistra che si ponga in posizione di dipendenza, e non di antitesi, con la democrazia francese. Anche qui mi sembra di intravedere nella posizione del Ferrari una contraddizione che la Rota Ghibaudi non pone sufficientemente in luce, ed è la contraddizione tra il federalismo, di origine romagnosiana. e corno tale molto attento alla salvaguardia della libertà secondo la lezione venuta dai pensatori settecenteschi, e il socialismo, di derivazione proudlioniana, che porta il Ferrari, all'immediato indomani del 2 dicembre 1851, a santificare realisticamente (ed opportunisticamente) il colpo di Stato di Luigi Napoleone. Anche perché mentre il modello francese a lui più vicino, e cioè Proudhon, affronta il tema del potere soffocatore