Rassegna storica del Risorgimento
CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
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1975
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Libri e periodici
internazionali che provocarono la fine della Repubblica veneta. Come, d'altronde, è stato messo in risalto qucll'cc acuto esame psicologico dei protagonisti, da Bonaparte a Merweldl, dal Gallo al Cobenzl, dal Clarke al Thugut, al Battagia (p. XXVI), che prende corpo nelle pagine del Campoformulo con squarci di notevole efficacia narrativa.
Sembra superfluo, a questo punto, dilungarsi nell'analisi di un'opera che da tempo ha trovato una collocazione precisa nell'ambito della storiografia dell'ultimo trentennio e che ora, opportunamente ricontrollata dal Giusti il quale l'ha arricchita, oltre che della pregevole presentazione di cui si è detto, di un indice dei nomi ritorna alla luce con rinnovata veste tipografica.
Vogliamo solo richiamare l'attenzione su alcuni punti salienti dell'ultimo capitolo, quello in cui l'A., una volta assodato che il trattato di Campoformio aveva rappresentato la vittoria del oc tradizionale sistema di equilibrio di Stati e governi nella politica internazionale (p. 280), contro le speranze di rinnovamento radicale nelle idee e negli uomini che la Francia rivoluzionaria aveva fatto germogliare, mette a nudo l'equivoco di fondo su cui era maturata l'alleanza transitoria ed accidentale tra borghesia e proletariato, col risultato di ristabilire il dominio di ima reazione ritemprata di energie, dopo essere stata alleggerita dal peso di ingombranti gravami ed essere stata liberata da molte scorie (p. 280). Cosicché, se da ima parte Napoleone riesumava dai rottami della rivoluzione oc le sopravvivenze del vecchio mondo per ridonargli in forma più sciolta l'antica fisionomia (p. 289), dall'altra l'equilibrio settecentesco faticosamente e precariamente ricostituito, non tanto come mèta stabile quanto come sosta indispensabile a vincitori e vinti in vista di nuovi scontri e di nuovi assestamenti, divenne fatale per Venezia, il cui destino, del resto, risultava segnato a dal giorno, in cui non ascoltò le voci da più parti ripetute, che una politica di isolamento (...) era impossibile e fatale, e per superare la terribile crisi (...) era necessario agguerrirsi preventivamente di solide alleanze. (...) dal giorno in cui una voce aveva avvertito la necessità di rinnovamento . Ma <c l'uno e l'altro ammonimento fallirono, e l'oligarchia credette di poter salvare lo Stato, conservando la sua tradizionale fisionomia in un beato isolamento, quando la sua funzione sociale era egualmente ostica all'assolutismo monarchico e al rivoluzionarismo repubblicano, e la sua opera politica egualmente disprezzata dalla Francia, dall'Austria e da tutta Europa (p. 290).
CABLO VERDUCCI
GIUSEPPE PIGNATELLI, Aspetti della propaganda cattolica a Roma da Pio VI a Leone XII (Biblioteca scientifica, Serie II: Memorie, voi. XXIX); Roma, Istituto per la storia del Risorghnneto italiano, 1974, in 8, pp. 367. L. 6.500.
L'autore si è proposto di fornire un quadro preciso e circostanziato della pubblicistica cattolica più decisamente e coerentemente impegnata in senso filocuriale, nella difesa delle istituzioni e dei principi tradizionali (o giudicati tali) della Chiesa di Roma, sottoposti da più parti, nei decenni a cavallo fra XVIII e XIX secolo, ad attacchi concentrici e logoranti. Una pubblicistica che deve essere studiata e valutata afferma il Pignatelli nella sua introduzione per quello che essa sostanzialmente fu e volle essere: propaganda, tesa unicamente a sollecitare il consenso del lettore e preoccupata quindi, in primo luogo, di trovare e usare il linguaggio più adatto al destinatario. È soltanto partendo da questa premessa che si può giungere a superare criticamente il giudizio eccessivamente limitato con cui la maggior parte degli storici, e sia pure di diversa matrice culturale, hanno finora condannato come del tutto inconsistente e banale, sia sul piano del pensiero politico-sociale sia su quello della tensione morale, la produzione filocuriale di quei periodo. Ma osserva a questo riguardo Pignatelli: oc In un periodo in cui l'analfabetismo regnava quasi sovrano, l'unico mezzo di comunicazione per la Chiesa era costituito dal clero che riusciva a mantenere un rapporto rapido e continuo tra le direttive dell'alta gerarchia e il popolo delle città e delle campagne. Non sempre legati da sicuri vincoli di fedeltà a Roma, i preti dovevano essere raggiunti da argomentazioni valide relativamente alla loro formazione tradizionale: era, cioè, necessario fondare la soluzione di ogni problema (politico, sociale, morale) sulla consueta ottica integralista, ohe riduceva tutta resistenza ad una questione reli-