Rassegna storica del Risorgimento
CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno
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1975
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pagina
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93
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lAbri e periodici 93
GIUSEPPE GARIBALDI, Epistolario, voi. I: 1834-1848, a cui di GIUSEPPE FONTEROSST, SALVATORE CANDIDO, EMILIA MORELLI (Edizione Nazionale degli Scrìtti di Giuseppe Garibaldi, 7); Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Olschki distri-buzione, 1973, in 8, pp. X-210 con tav. L. 5.300.
Si è largamente diffusa da qualche tempo la tendenza a guardare al Risorgimento italiano al di fuori di quella che viene considerata la lente deformante del mito. Non è più il mito del oc tutti patrioti o delle oc bandiere al vento fortunatamente scomparso dalla più recente storiografìa ad essere posto sotto accusa, ma quello dell'oc eroe , del protagonista che, pur restando sempre protagonista, viene ora trasferito dalla parte del ce buono a quella del ce cattivo . Che questo sia stato e sia tuttora foriero di risultati fruttuosi è fuor di dubbio, soprattutto quando non ci si limita a sostituire mito negativo a mito positivo, e si considera il mito non come la realtà, ma come una realtà, per l'influenza cioè che ha potuto avere in determinate circostanze storiche. Voghamo però sottolineare un fatto sorprendente e quasi paradossale: accanto a lavori dissacratori su Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele e Bixio manca qualsiasi accenno demitizzante su Garibaldi. Non c'è dubbio che Garibaldi sia IV Eroe per antonomasia: eppure la bibliografia più recente, ricca di studi validissimi (Candido, Brancate), non porta segni di critica al suo mito, e lo stesso Mack Smith, pur svolgendo una notevole opera in questa direzione, si è poi legato al mito garibaldino oc contro Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele.
La più semplice e forse più corretta spiegazione di questo oc rispetto verso la figura di Garibaldi è l'estrema difficoltà di sceverare in questo caso fra mito e realtà, tanto sono inscindibilmente legati. Questo ha fatto sì che in un momento in cui in campo editoriale le biografie vanno per la maggiore e trattano anche delle grandi figure del Risorgimento, per trovare una valida biografia garibaldina si debba risalire al 1933, anno in cui fu pubblicata quella del Sacerdote.
Bisogna superare questa impasse storiografica tenendo presente che, se è fuor di dubbio che il mito di Garibaldi sia una realtà, questo non deve impedire di guardare in profondità a questo personaggio al di là dell'uomo d'azione, del condottiero indomito.
Un importante contributo in questa direzione è dato dalla pubblicazione di questo volume: esso è il primo frutto della ricostituita Commissione editrice degli Scritti di Giuseppe Garibaldi (la precedente, nata nel 1932, si dissolse con la seconda guerra mondiale) che affidò a Giuseppe Fonterossi il compito di curare il volume dell'Epistolario dedicato al periodo americano. Dopo la prematura scomparsa di lui, il lavoro fu continuato e portato a termine da Emilia Morelli e Salvatore Candido. A testimonianza del valore del risultato ottenuto è sufficiente citare alcuni dati numerici: per il periodo 1834-1848, termini cronologici di questo volume, VEpistolario dello Ximenes (1885) annoverava nove lettere, che salivano a 14 con gli Scritti del Ciampoli, mentre la stessa prima Commissione editrice arrivò a pubblicarne una trentina; ebbene, in questo volume si arriva a ben 325. Dalle prime tre lettere oc europee inviate da Marsiglia ad un'amata Angelina all'ultima, nuovissima, inviata ad Anita il 16 giugno 1848 da Alicante, è tutto un sorprendente quadro delta personalità di Garibaldi quello che si presenta al lettore. Un uomo che sbriga in poche parole la relazione al Ministro della Guerra, Francisco Joaquin Munoz, sulla battaglia di San Antonio, ma che ne spreca molte di più per lodare Mundell, suo sottoposto, per vittorie in scontri di minore importanza. Un uomo che nel 1837 scriveva in versi dell'Italia: oc Io la vorrei deserta / I suoi palagi infranti / Ed io dell'Alpi all'erta / Le sue città fumanti / scorgere, e con sardonico / Sorriso contemplar... (p. 18), e che il 6 ottobre 1845 in una lettera a Manuel Lavalleye scriveva: Yo soy extranjero, es verdad, pero creo que no bay pueblos extranos para los hombres de principios buenos , (p. 143), sembra dimenticare l'Italia, è cittadino del mondo fino al 1846; poi improvvisamente comincia a giungere anche in Uruguay l'eco delle speranze suscitate dal pontificato di Pio IX e Garibaldi si trasforma: tempesta di lettere, per saperne di più amici e conoscenti, poi comincia a dimostrarsi sempre più indifferente della situazione in cui è coinvolto (e si trattava pur sempre dell'assedio di Monte video!), ed infine diventa cosi impaziente di ritornare in Italia a combattere, da disperarsi per un ritardo di pochissimi giorni nella partenza cau-