Rassegna storica del Risorgimento

STORIOGRAFIA GRAN BRETAGNA
anno <1975>   pagina <189>
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Gli esuli moderati siciliani nel 1859-60 369
realizzato, ' > Ferrara inviò al conte una professione di fede , cioè il suo pro­gramma politico.
1 Credo che U massimo bene per la Sicilia sarebbe il potersi unire intimamente all'Italia sotto condizioni che le lascino piena libertà per tutto ciò che non sia di interesse comune.
2 Credo che questa medesima unione, se è incondizionata, pura e semplice, come le annessioni fattesi sinora, invece di essere il massimo bene, sia il massimo male.
3 Tra l'annessione condizionala, e l'annessione pura e semplice, pongo, come un meno male, l'autonomia e la separazione assoluta, secondo il programma del 1848.
4 Prima della separazione assoluta monarchica, voterei per la repubblica.
Partendo da questo concetto, se io dovessi contribuire all'andamento delle cose, che farei?
1 Proporrei nettamente a Vitt[orio] Emm[nuele] la Sicilia, col suo parlamento separato per tutto ciò che è interesse siciliano, e gli offrirei fusione completa per tutto ciò che sia guerra, diplomazia, dogane, ec,
2 Se si accetta, è finita. Se non si accetta, proporrei di costituzei in repubblica, aspettando che il tempo e le condizioni d'Italia permettano di fare altre operazioni.
3 Se la repubblica non è permessa o non è voluta da' siciliani, nominerei un re come al 1848, ed anzi reclamerei il Duca di Genova.
4 Quando niente di tutto ciò si possa, mi laverei le mani; direi a' siciliani in ter­mini spiattellati che cosa vuol dire annessione pura e semplice, e mi asterrei dal contri­buire al voto che deve sanzionarla.3)
Il Ferrara inoltre suggeriva che, concordato un piano, si costituisse un vero partito politico , il quale, agendo colla diplomazia... colla stampa... an­dando in Sicilia... a Londra, potesse smuovere l'opinione pubblica, e rappre­sentasse un valido interlocutore con il quale i fusionisti dovessero fare i conti.
Ma non vi erano i presupposti per la realizzazione di una simile iniziativa; in fondo lo stesso Ferrara ne era consapevole, se con pessimismo continuava:
Disingannatevi, questo nucleo di partito non ve; e il destino della Sicilia è com­piuto; annessione, dittatura, dispotismo, provincia ec. Se mi domandate chi ne ha la colpa, non esilo a dirlo: l'emigrazione, la sua indolenza, l'aver per tanto tempo ricusato di asso­ciarsi in una specie di comitato permanente, al quale oggi i Siciliani si sarebbero rivolti, e col quale il governo sardo avrebbe dovuto contare. Lafarina capi da sé ciò che Torrearsa e Mimi [Emerico Amari] non vollero mai capire. Oggi è molto tardi, se non troppo; ed ogni giorno che passa, hi cosa diviene sempre meno possibile.3)
Ferrara, dunque, continuava a sostenere la priorità del problema dell'in­dipendenza amministrativa e politica dell'Isola: egli, perciò, non disdegnava un accordo con i Napoletani, qualora questi concedessero un'ampia autonomia alla Sicilia. Il conte Amari, invece, poneva come tema fondamentale uscire a qualunque costo dalle mani dei Borboni; e dai Napoletani, ed aggiungeva: H tempo farà il resto :4) era quindi differente fra i due l'impostazione del
i) Lettera di F. Ferrara al conte Amari del 10 giugno [1860].
2) Lettera di F. Ferrara al conte Amari del 6 giugno [1860].
3) Ibidem.
*) Lettera del conte Amari a Michele Amari del 14 giugno 1860, in R. COMPOSTO, Lettere del conte di Sant'Adriano cil p. 62. Già il 9 maggio egli aveva scritto al Torre Arsa: Per noi siciliani non vi è altro da desiderare che la distruzione dei napoletani. Gari­baldi avrà questa fortuna? . U. DE MABIA, op. cit.t p. 106.