Rassegna storica del Risorgimento

CARTEGGI (PAPPALARDO-LA LUMIA); CARTEGGI (PEREZ-LA LUMIA); CART
anno <1975>   pagina <326>
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326 Francesco Luigi Oddo
consultare cioè il mio Pappalardo. Egli ne sa abbastanza per soddisfare ogni vostro desiderio in proposito, e vi prego di rivolgervi a lui, facendone conto più di quello cbe temo non ne facciate. È una perla cbe avete a mano e vi esorto a gjiovarvene .33)
Fu così che, pregatone dal Pietraganzilii, Vito Pappalardo stese il seguente ricordo, inserito letteralmente alle pagine 468 e sgg. dell'opera citata; ricordo cbe mi pare il documento più completo e credibile sulla scuola letteraria del Perez: Quanto vi era di eletto, di ingenuo, di elevato, di generoso, nella gioventù siciliana, tutto volgevasi al Perez. Un bello istituto di civilissima istru­zione a Palermo era quello certamente di Gaetano Daita, intórno amico del Perez; però accoglievansi in esso i fanciulli di case civili: per quei giovani adulti, che intendevano perfezionare i loro studi letterari e già sentivano il palpito della patria, non c'era altr'uomo che il Perez, ed anche gli alunni del Perez nelle città di provincia. W Ma dove stava la magia di tal nome? e donde scaturiva l'efficacia della sua scuola? leggevasi in ore pomeridiane la Divina Commedia: nulla di più semplice, apparentemente. Gli facevano corona da dieci a dodici alunni: non c'erano corsi distinti; un anno, due anni, ed anche tre chi volesse profittarne, liberissimo ognuno di continuare e di udire cose nuove sulla lezione dantesca: poiché veramente a quella lezione affacciava! tatto quanto di patriottico e di sublime nell'ordine scientifico e pratico pò* tesse mai bisognare a giovane che imprenda seriamente lo studio della sa­pienza. Metodo non pareva che ce ne fosse, se per metodo voglia intendersi quello tracciato sulla falsariga di programmi e regolamenti scolastici. Legge-vasi Dante Alighieri; ed era un conversare, un discutere sulla ragione storica, intellettuale e inorale dei tempi, un raffrontare l'antico al presente, un con chiu­dere con risolutezza su quanto è necessario a formare l'uomo, il cittadino, l'ita­liano: era scuola intimamente socratica; dove l'idea civile scoppiava da sé nell'attrito delle intelligenze tra maestro e discepoli. Non c'era lezione di storia, né civile né letteraria; non pertanto, i giovani uscivano innamorati della storia ed anche costretti a studiarla da sé. Erano familiarissimi dentro la scuola i nomi di Tucidide e di Tacito, del Machiavelli, del Guicciardini e del Sarpi. -con -aggiunti certi giudizi sintetici dell'illustre professore, che spingevano irresistibilmente gli alunni ad immergersi nelle opere di questi Grandi; egual­mente del Vico, del Galilei, del Baróni, dell'Alfieri e del Foscolo, che dopo Dante si veneravano come santi patroni della scuola.
Gli alunni, ed erano tutti barbuti, passavano le ore del mattino nella pubblica biblioteca sulle opere dei Grandi sunnominati, per poi conferire qual­cosa dei loro geniali studi al maestro, al giudizio del Professore; e allora una bella varietà di domande, di riflessioni e di dubbi, fruttuosa materia di di­scussioni e giudizi, ed una riuscita a saldi convincimenti e criteri che anda­vano formando il carattere civile e morale del giovane. Di politica non si parlava ex professo; ma il sentimento politico era proprio nell'ambiente della scuola, e scoppiava naturalmente dalla lezione dantesca; l'amore della patria, il culto e le speranze d'Italia erano, senza strepito, l'anima della scuola. Non va detto della alacrità del comporre in verso e in prosa secondo le diverse atti­tudini degli alunni; quanto allo svolgimento di un tema, bisognava precedere
33) /vi, lett. X, da Palermo, del 17 nov. 1888, p. 27.
**) Uno di questi fu lo stesso Vito Pappalardo, prima a Castel vedano, poi a Trapani.