Rassegna storica del Risorgimento

ITALIA POLITICA COLONIALE 1896-1898
anno <1975>   pagina <355>
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F. Martini governatore in Eritrea 355
questa, da lui ribadita ancora nel gennaio 1896, con anche più decisa convin-zione: In Africa era savio il non andarci; savio il tornarsene a tempo oppor­tuno; ora che tornare non è più lecito, per cento ragioni manifeste a tutti, an­che a coloro che fan le viste di non saperle o di non intenderle, è savio certa­mente trarre da' sacrifizi che quella conquista ci impose il maggior frutto possibile .17)
Non c'è poi da meravigliarsi che, per un così fervido cultore del principio del fatto compiuto come base essenziale dell'azione politica, la sconfitta di Adua che era, e tale doveva essere giudicata, ben altro che non un semplice rovescio militare in colonia riproponesse in termini radicalmente nuovi l'in­tera questione. Con il discorso del 20 marzo 1896 la bussola dell'orientamento politico di Martini, pur senza indirizzarsi nettamente verso il polo opposto, subisce la più marcata oscillazione fino ad allora registrata dopo Dogali e la conversione ad un moderato africanismo.
Esse profitterebbero a tutti: conforterebbero le persuasioni o persuaderebbero le rassegnazioni. A credere che in Affrica non dovevamo andare, per la buona ragione che ognuno ha da stare a casa sua, saremo in cento, se pure: e bisogna dire che una tale dottrina sia o la sola savia o stramba fuori di modo, se in tanto pochi la professiamo. Comunque, oggi le teo­riche vanno messe da parte: il fatto non si cancella. L'andare in Affrica piacque nel 1885 a molti, a quasi tutti nel 1887 il restarvi, per tutela dell'onore nazionale. Oggi, o m'in­ganno, le parole sono meno recise, le opinioni meno ferme, l'onore nazionale meno sensi­tivo. Or bene: chi vuole restare deve desiderare che gli esperimenti si facciano e presto e con ampiezza, e si tragga dalla colonia il maggior utile che si può nel più breve lasso di tempo; chi vuole tornarsene a casa deve augurare sia dimostrato senza indugio che le no­stre terre affricane nulla valgono per l'agricoltore, e nessun italiano mai potrà ricavarne alcun frutto. Io, per esempio, sono fra coloro che non lo credono e i quali, non contenti di obiezioni vaghe, aspettano lo dicano i competenti e lo dimostrino. Che, quando noi ab­bandonassimo le nostre terre eritree, l'Europa cogliesse occasione a proclamare ' l'Abissinia degli Abissini ', mi pare ipotesi poco probabile; facciamone un'altra: che, noi partiti, altri arrivi e con più operosa costanza e con borsa più gaia scandagli, dissodi, coltivi, raccolga, prosperi. Sentireste allora che fracasso; e le doglianze, e i vocìi e le censure (ibid., pp. 150 sgg. L'ultima considerazione è altamente significativa: l'argomento è infatti tipico di tutti i colonialismi dell'epoca, l'eventualità cioè e il pericolo che altri approfitti della propria inerzia). E Martini alla fine così concludeva: ce Avverso già a quell'impresa, per le molte ragioni che ho esposte, non sono un convertito: se fossi, lo confesserei senza ver­gogna. (...) Io mi sento invece, se mi è lecito un esempio, come uno il quale non mirò di buon occhio le nozze del fratello e non avrebbe voluto ch'ei pigliasse moglie e, se mai, non quella ch'ei prese; ma il giorno in cui a questo viene in mente di abbandonare la donna un tempo desiderata, adempie il proprio dovere, ricordandogli ed enumerandogli i doveri suoi, dicendogli: * bada, il tempo di pensare è passato, quello di pentirsi non c'è '. E seb­bene contrario a quel passo, nondimeno, poiché fu fatto, né accusa per vendetta la cognata di difetti non veri, né tralascia per rancore di consigliare la nuova famiglia (ibid., pp. 278 sgg.). M
17) La colonia e l'emigrazione, in Cose Affricane, cit., p. 131. In tale scritto Martini, rifacendosi alla relazione della commissione d'inchiesta del 1891, che aveva consigliato di restare in Eritrea per farne una colonia di popolamento agricolo, ribadì il suo pur mode­rato ottimismo sulle concrete possibilità di attuazione di un programma del genere. Ad ogni modo, la tesi contraria andava non già affermata come preconcetto, ma dimostrata con studi seri ed approfonditi; e concludeva: Resta adunque che i beffeggiatoli della colonia agricola dimostrino valer meglio pe' nostri contadini il tentare incerte fortune e lo esporsi a meno incerti pericoli nel Brasile, di quello che diventar proprietari di una ventina di ettari in Affrica. Siamo qui ad ascoltare e, se vinti e convinti, ad arrenderci (ibid., p. 139).