Rassegna storica del Risorgimento
ITALIA POLITICA COLONIALE 1896-1898
anno
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1975
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pagina
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358
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358 Alberto Aquarone
La sostanziale indeterminatezza od ambiguità con eoi il ministero di Budini, raccogliendo senza dubbio una eredità quanto mai pesante in circostanze drammatiche per non dire tragiche, si accinse ad affrontare il problema coloniale in Eritrea, sembrava fatta apposta, comunque, per creare illusioni ned fautori ora dell'una ora dell'altra fra le tesi che si fronteggiavano, in Parlamento come nel paese. Dalle illusioni, il passo poi era breve alle delusioni e quandi ad una crescente insoddisfazione, quando non ostilità aperta, nei confronti del governo, e sia pure per motivi opposti. Certo, le delusioni non promanavano soltanto dalla politica coloniale, o dalla politica estera più in generale;n) ma indubbiamente, le già rilevanti difficoltà cui si trovava dinanzi il ministero in politica interna e finanziaria, erano continuamente rese più complesse dalla persistente, assillante presenza di una questione coloniale che inaspriva i dissensi ed allargava le fratture, ovvero di nuove ne creava là dove invece esisteva un sostanziale consenso sui problemi interni. E se, per esempio, ancora nel maggio Vilfredo Pareto poteva insistere nel fare l'elogio del ministero, considerato una fortuna immeritata per la borghesia italiana, già nelle sue cronache dei mesi successivi sul Giornale degli economisti egli cominciò a registrare il suo crescente disappunto per le asserite promesse mancate del marchese di Rudinì.M) Sul-
offensiva. Si veda in particolare il telegramma in data 13 marzo 1896 inviato da Rudim e dal ministro della Guerra Ricotti al governatore dell'Eritrea Baldissera. in cui era detto fra l'altro: Governo desidera vivamente ritornare allo stato quo ante esistente nel 1893, vale a dire il confine Mareb-Belesa. A questa condizione, che riassume i patti dau'E.V. proposti, si vuole la pace, la pace onorevole e duratura. Piuttosto che lasciare l'addentellato a una nuova guerra, o recare offesa al sentimento nazionale, preferiamo continuare le presenti ostilità cfr. DDI, serie cit., voi. I, doc. 11, pp. 10-11.
22) Argomento di polemiche spesso abbastanza vivaci furono in particolare i negoziati con là Francia a proposito del regime delle capitolazioni in Tunisia e della situazione giuridica degli Italiani colà residenti, negoziati che si conclusero il 28 settembre 1896 con la firma di tre convenzioni ed il virtuale riconoscimento da parte dell'Italia del protettorato fracese su quel territorio africano. V. in proposito ENRICO SERBA, L'accordo italo-francese del 1896 sulla Tunisia, in Rivista storica italiana, a. LXXIII, fase. Ili, 1961, pp. 473-512. In quell'occasione non fu invece ancora raggiunta una intesa commerciale che ponesse fine alla guerra doganale risalente al primo ministero Crispi. Ciò accadde solo due anni dopo.
23]) Scriveva Pareto nella sua Cronaca pubblicata sul Giornale degli economisti del 1 maggio 1896 (p. 525): Ora in Italia è capitato per la borghesia un caso fortunatissimo, che forse non si rinnoverà più per molti e molti anni, quello cioè di avere un governo di conservatori che sono ad un tempo galantuomini. Eppure vedrete che la borghesia lascerà cadere quel governo, il quale, insidiato dall'alto, mal difeso dal basso, dovrò presto far luogo, crediamo, alla banda crispina o a quella giolittiana. Delle due quale sia la peggiore non è agevole decidere . (Già in una sua lettera al Pantaleoni, del 20 aprile 1896, Pareto aveva del resto espresso il suo pessimismo sulle sorti del ministero Rudinì: ce Io dico che il Crispi torna. C'è troppa canaglia nel dolce paese perché segua altrimenti cfr. VILFREDO PARETO, Lettere a Maffeo Pantaleoni, 1890-1923, a cura di GABRIELE DE ROSA, voi. I: 1890-1896, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1962, p. 439). Come si è sopra accennato, nei mesi successivi le simpatìe di Pareto per la politica di Rudinì andarono affievolendosi, soprattutto a causa del problema delle spese militari, che secondo lui venivano inutilmente mantenute dal governo ad un livello troppo elevato. All'inizio dell anno seguente, scriveva nella sua Cronaca: In Africa, tanto per cambiare, abbiamo nuovi fastidi, e quindi ci saranno nuove spese. E cosi si andrà avanti chi sa per quanti anni. Speriamo che qualche accademia proponga un premio a chi sciolga il seguente quesito: Dire perché gli italiani rimangono in Africa per fare ammazzare gente e per spendere milioni? Oh! non era meglio di offrire quella bella colonia al Menelik, invece dei cinque milioni in