Rassegna storica del Risorgimento
ITALIA POLITICA COLONIALE 1896-1898
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1975
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360
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360 Alberto Agitar otte
africana fra il 6 ed il 9 maggio, sia il ministro degli Esteri ohe il ministro della Guerra, se da un lato confermarono la non disponibilità del governo per un abbandono immediato, dall'altro, nel ribadire la ferma intenzione di seguire una politica di raccoglimento e deliberatamente avversa a qualsiasi espansione , lo fecero sottolineando in tal guisa i perìcoli politaci e militari che minacciavano la posizione italiana in Eritrea, da poter rafforzare in molti incerti ed esitanti il dubbio che effettivamente il gioco non valesse la candela.26) Poco
mettere in ordine le cose sue cfr. ENRICO SERRA, L'accòrdo italo-francese del 1896 sulla Tunisia, cit., p. 477. Il Malvano, nominato senatore nell'ottobre 1896, rimase in carica per oltre un decennio, e precisamente fino al settembre 1907, esercitando una influenza di primo piano sulla politica estera italiana del periodo, che meriterebbe di essere maggiormente approfondita. In fondo è lui il vero Ministro, e come tale è considerato nelle Cancellerìe. Les ministres passent. mais M. Malvano reste: è l'avvertimento dato da tutte le Cancellerie ad ogni nuovo ambasciatore o ministro accreditato presso la nostra Corte . Così commentava Vico Mantegazza, in un efficace ritratto del segretario generale che era riuscito nel corso degli anni ad accentrare nelle sue mani, grazie alla sua perfetta conoscenza delle situazioni e degli affari diplomatici, un potere sempre maggiore alla Consulta. Cfr. Vico MANTEGAZZA, L'altra sponda, Italia ed Austria nell'Adriatico, Milano, Libreria Editrice Lombarda, s.d. (ma 1906), pp. 56 sgg.
Cfr. AP. cit., voi. IV, pp. 3992 sgg. (tornata dell'8 maggio 1896). Alla discussione intervenne anche Martini, che nella seduta del 7 maggio, constatato come le speranze di pace con l'Etiopia fossero andate per il momento deluse, tornò ad insistere sulla inopportunità di prendere decisioni definitive sull'Eritrea e reiterò la sua critica corrosiva nei confronti di quanti, per rilanciare le aspirazioni coloniali italiane, con grande ipocrisia si ostinavano a parlare di missione di civiltà in Africa: A me non pare questo il momento di proporre risoluzioni definitive; vi sarà tempo a discorrerne in seguito, quando, copie spero ed auguro, ci saranno restituiti i prigionieri nostri; quando dovremo discutere dei fini che ci proponiamo rimanendo nella Colonia. Per ora basterà che non persistiamo in quell'inutile menzogna, con cui abbiamo illuso gli altri e noi stessi, la menzogna della nostra missione civilizzatrice in Abissinia. Noi possiamo portare la civiltà in Abissinia, sì, ma fra gli Abissini no . Gli Abissini, infatti, non erano una turba di tribù primitive e amorfe, ma un popolo che aveva una sua personalità e consapevolezza, una sua cultura. In queste condizioni, la missione civilizzatrice dell'Italia non avrebbe potuto significare altro che portare guerra e distruzione fra quelle popolazioni marziali, assai poco disposte a rinunciare al loro ancestrale patrimonio di tradizioni e di costumi: l'alternativa era quindi a o sos tiiui rei ai neri, o sperare indarno di inoculare loro il germe della civiltà cfr. FERDINANDO MARTINI, Cose Africane, cit., pp. 266 sgg. È probabile che si riferisse anche a Martini la Tribuna, nell'abbastanza iroso editoriale 1896, con cui salutò Tanno nuovo nel suo numero del 1 gennaio 1897. Nell'articolo, abbastanza emblematico dello stato d'animo allora prevalente negli ambienti africanisti, si leggeva fra l'altro, dopo una vivace deplorazione dell'abbandono della lotta dopo Adua: a Le parole dei nostri uomini di Stato furono nel Parlamento non meno esiziali delle armi nemiche sul campo, e dalla antica e desolante confusione delle parti politiche sorse una divisione non meno esiziale. Da una parte si negò che la nostra presenza in Africa potesse rispondere a qualche ufficio di civiltà e a qualche utilità avvenire della Patria; la sconfitta venne salutata come un mezzo opportuno e benvenuto per allontanare dal potere gli avversari. Dall'altra parte, dell'umiliazione subita, della rassegnazione fatta norma di governo, dell'oblio di decòro e dei futuri interessi della Patria si tentò far risalire la colpa al di là dei ministri responsabili; e come le istituzioni, in questa lotta fra il sentimento e gli interessi che tanto spesso hanno la vista corta, parve pericolare la stessa unità. Certo si disegnò, nell'anno che muore, fra il settentrione d'Italia e il mezzogiorno ed il centro di essa un antagonismo, il quale, grazie a Dio, non ha la sua origine in un contrasto di utilità, ma bensì nel modo di considerare l'umore del paese, la sua influenza e la sua espansione nel mondo ,