Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE FONDO GENNARELLI; GENNARELLI AC
anno <1975>   pagina <389>
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Libri e periodici
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Sicilia un vero e proprio riformismo agrario, espressione di un periodo illuminato del re* girne borbonico che non può non tenere in considerazione le aspettative e le reazioni del popolo.
In realtà l'azione riformatrice non è certamente lineare ed oltre a scontrarsi con le resistenze dei baroni, deve inserirsi in un abile gioco di potere, di cui il re è l'esponente più significativo.
Il quadro delineato dal Renda nel suo volume non sottolinea questo ultimo aspetto e cerca soprattutto di chiarire in che senso il contrasto Stato-Baronaggio influì sul disegno riformatore.
Il Caracciolo da viceré in Sicilia aveva intuito che Tunica forza sociale che si poteva opporre ai baroni siciliani erano i contadini e la svolta politica del 1786 deve collegarsi alla esperienza da lui maturata nell'isola nel quinquennio precedente, quando si era misu­rato con un baronaggio, certamente più avveduto dell'aristocrazia napoletana, in grado di condizionare la ventata riformatrice.
II riformismo in Sicilia, operando il trasferimento di circa centocinquantamila ettari di terra dalla Chiesa e dai Comuni ad altre forze sociali, fu certamente un fatto considere­vole ma non trovò i baroni siciliani impreparati. Consapevoli di essere l'unico ceto econo­micamente agguerrito, accoglievano di buon grado proposte per la creazione di centri abi­tati all'interno di alcuni feudi, anzi se ne erano fatti addirittura promotori in una memoria del Principe di Pantelleria del 1794, purché venisse garantita la giurisdizione dei fonda­tori sugli abitanti di essa ; si difendevano insomma dal riformismo proponendo a loro volta un riformismo moderato che poteva anche auspicare un miglioramento delle condizioni di lavoro dei contadini, la creazione di una scuola agraria, l'enfiteusi dei beni ecclesiastici e comunali con la eliminazione degli usi civici (e questo significava liberare le terre dei baroni da tutti i vincoli che su di essi gravavano) purché non si ponesse in discussione la concessione di terre ai contadini.
L'opposizione dei baroni al disegno riformatore era solo un aspetto del contrasto Napoli-Sicilia: al ruolo egemone svolto dalla Capitale, favorito anche dalle sue condizioni certamente più progredite, si opponevano non soltanto le istituzioni e la classe dominante locale, ma cominciava a delinearsi quel processo di aspirazioni indipendentistiche che pren­deranno corpo dopo il '99 e che caratterizzeranno da allora tutta la storia siciliana.
La lotta tra lo Stato e i baroni assumeva quindi in Sicilia caratteristiche particolari: è baroni avevano sempre mostrato di essere intolleranti del potere regio (a buona ragione il Renda ricorda la rivolta palermitana del '73 in cui avevano addirittura fatto lega con i rivoltosi) ed il governo napoletano era consapevole che la sua funzione nell'isola doveva esplicarsi essenzialmente ristabilendo l'autorità regia e preponendo alle cariche ammini­strative uomini di sicura fedeltà che non dovevano essere siciliani.
L'intervento del Caracciolo, uomo di eccezionali capacità e di grande cultura, fu sen­z'altro incisivo nel limitare il potere dei baroni; la incamerazione delle baronie di Prizzi e di Palazzo Adriano, fu infatti una chiara applicazione del giurisdizionalismo in chiave anti­baronale, mentre I'incamerazione della badia della Magione e la sua trasformazione in azienda autonoma sottratta alla magistratura isolana e amministrata dal Simonetti, elimi­nando il controllo dell'unico organo le cui cariche dovevano necessariamente attribuirsi a locali, mostra, ancora una volta, l'intenzione di affermare nell'isola il potere regio.
L'azione riformatrice del 1786 agì su tre linee, ma non con eguale fortuna: I'inca­merazione dei beni ecclesiastici illegittimamente alienati o usurpati, la censuazione dei beni comunali, la devoluzione dei feudi al fisco. Fu evidentemente quest'ultima azione di riforma ad incontrare gli ostacoli maggiori sino ad impedirne l'attuazione Infatti i feudi in Sicilia potevano essere alienati liberamente quando non ci fossero eredi del barone in grado diretto e quindi non erano sottoposti all'obbligo di devoluzione al fisco. La questione diede l'avvio ad una situazione alquanto strana, in cui i baroni si trovavano molto vicini al riformismo più avanzato, dal momento che le rivendicazioni di questo stranamente veni­vano a coincidere con i loro interessi, mentre il governo si ergeva a difensore della riaffer­mazione del diritto di devoluzione, giungendo all'artifizio giuridico della nomina di quat­tro ministri nella Beai Camera di Santa Chiara, chiamata a decidere su tale questione,