Rassegna storica del Risorgimento
BIBLIOTECA NAZIONALE DI FIRENZE FONDO GENNARELLI; GENNARELLI AC
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1975
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398
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398 Libri e periodici
larlo) della diplomazia da cospiratori condotta prima del congresso di Berlino ed al tempo stesso, secondo quanto compie personalmente il ministro Mancini, l'identificazione del nuovo programma essenzialmente nel a bisogno di laboriosa espansione di una popolazione crescente (ma questo bisogno per non pochi continuava a prospettarsi nelle vie tra* dizionali dell'emigrazione sudamericana, sì veda in proposito un importante intervento di Depreda al Senato il 19 gennaio 1883).
A questo fine peraltro occorreva che il trasformismo elaborasse meglio la sua piattaforma politica e sociale, sbarazzandosi di quelle velleità liberali e paternalistiche che erano sembrate giustificarlo sullo scorcio degli anni ottanta, sia pure in prospettiva consapevolmente e decisamente conservatrice.
Non a caso pertanto il 1884, Panno che assiste alla liquidazione della legislazione sociale di Berti e del riformismo scolastico di Baccelli, nonché all'impostazione delle convenzioni ferroviarie, è anno muto, per cosi dire, per quanto attiene alla politica estera, che torna in campo opportunamente con Massaua, nel gennaio dell'anno successivo, per dominarvi ininterrottamente.
È qui che Mancini comincia a parlare di legge naturale e di necessità inevitabile per il nostro espansionismo africano, un diverso clima culturale, insomma, oltre che politico, l'alta missione educatrice che vede l'Italia a fianco dell'Inghilterra senza destarle ce ignobile gelosia alla ricerca delle famose chiavi del Mediterraneo .
Ma la nebulosa percezione delle ragioni nuove dell'imperialismo da parte del ministro degli Esteri non è isolata, prova ne sia che il collega generale Ricotti se ne esce con un'evocazione che sarebbe stata in seguito ripresa più volte, ad esempio dal Nitti ( Mi sono rallegrato nel vedere destarsi nell'esercito un entusiasmo per prender parte a questa spedizione solo perché presentava qualche eventualità di pericolo, qualcosa d'avventuroso, d'ignoto... ) e con un'anticipazione significativa, in un militare ed aristocratico piemontese di vecchia scuola come lui, di certe immagini fremebonde del De Zerbi ( L'Italia è un grande Stato, e deve pagare di denaro e di sangue per mettersi al livello delle altre nazioni d'Europa ).
In questo modo schiettamente evoluzionistico di guardare al problema coloniale rientra naturalmente la famosa negazione del Bovio di un diritto alla barbarie (che Mancini per ben due volte fa sintomaticamente sua), ma rientrano anche le sfumature autoritarie del discorso del Di Robilant ( Il governo intende riservare a sé l'iniziativa del fare o non fare dichiara il 15 giugno 1886) fino alle invocazioni alla ce mano ferma e robusta di Crispi che all'indomani di Dogali vengono dai banchi dell'estrema sinistra, dal Mussi.
Questo della disarticolazione e del disorientamento dei democratici dinanzi all'Africa è uno degli aspetti più studiati del problema, che qui viene convenientemente illustrato sia nel termine medio caro a Luigi Ferrari (ed a Cavallotti, occupazione limitata a Massaua), sia in quello drastico non soltanto di Costa ma di Pantano e di numerosi deputati a tinta repubblicano-sociale, e più o meno vagamente operaista, per il ritiro immediato e incondizionato, e non graduale, scaglionato, come proponeva Ferdinando Martini per la frazione estrema dell'anticolonialismo trasformista (ed anche per lui, come per Parenzo, le ragioni ideologiche e culturali valgono non meno di quelle ce realpolitìcistiche del tornaconto e così via, pur ostentamento sbandierate).
I sacrifici, la vendetta e il castigo sono del resto formule che lo stesso Depreda fa insolitamente proprie, indice che un determinato clima si diffondeva nei circoli dirigenti ad ispirare anche gli statisti più sperimentati, non a caso accompagnandosi all'introduzione di quel protezionismo agrario che rappresentava il risvolto inevitabile, all'interno, di una politica del genere, altrettanto non a caso incontrando la riluttanza o addirittura la disapprovazione da parte di un liberalismo che, su opposti banchi della Camera, Bonghi o Solim-bergo, rimaneva fermo ai postulati risorgimentali.
L'uomo di questo clima, lo ai è detto, è espressamente Crispi, nell'attesa del cui definitivo avvento, con una sfasatura che Perticone commenta molto finemente, Di Robilant chiude l'Italia nella botte di ferro del rinnovo della Triplice.
Senza dubbio un fatto estraneo e pressoché incontrollabile dalla Consulta come la crisi bulgara è alle origini di questo che altrettanto innegabilmente è il momento magico, il risultato più felice della diplomazia italiana, forse non soltanto ottocentesca.