Rassegna storica del Risorgimento

LA MASA GIUSEPPE OPERE
anno <1975>   pagina <444>
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Gian Maria Varanini
ferendo collegarsi all'Occidente (per la speranza di tma foglia di carciofo che forse non gli toccherà, o ben microscopica), anzi che mantenersi in una impo­nente neutralità armata per trar prestigio dalle circostanze. Volete che il re di Pieni, rompa l'alleanza per cacciarsi in una impresa che implica la guerra con quell'Austria che hanno piaggiata ed accarrezzata i suoi alleati? Insomma io non finirei più cogli argomenti contrari alla vostra fede; fede di galantuomo, che dal proprio giudica il cuore altrui, e in ispecie quello dei re. Ponetevi bene in capo che la insurrezione italiana non essendo che rivoluzione contro tutte le monarchie che se la dividono, non potrà mai ottenere il sincero con­corso di un legittimo, se non quando fosse così bene riuscita da non restare che a coglierne il frutto. Allora questo frutto correrebbe a prenderselo V. E., precisamente quando non ci sarebbe più bisogno di lui.
Le piante eterogenee poi alle quali voi fate appello acciò concorrano nel vostro concetto, e in proposito delle quali mi fate il non meritato onore di invocare la mia lunga esperienza; quelle piante, dico, sta bene nel concetto vostro di amalgamarle, di fonderle in un solo pensiero ed in un'azione con­corde, ma nella mia mente sta che da esse verrebbero gli ostacoli maggiori ed i pericoli, perché tutto vorrebbero affidato al re, nulla al Consiglio cen­trale, ed entrando disavventuratamente a farne parte, vedreste a che si ridur­rebbe quella povera rappresentanza! Se Italia alza la bandiera dell'indipen­denza, e mira ad atterrare i suoi tiranni, si inviti Piemonte all'impresa, se vuole, ma non gli si dia mani e piedi legati come ad un capo e condottiero nato, bensì ne accetti il concorso come da fratello a fratello. Se concorre, bene; se ricusa e sta fermo, meglio: un pericolo di meno, perché al re di Pieni. Francia e Inghilterra sussurrerebbero all'orecchio (e la seconda soprattutto) che non si vuole un'Italia unica retta da chicchessia, ma un brano ad uno, un brano ad un altro, per lo meno. Se Italia ha una speranza di risorgere, questa sarà allor quando non avrà a turbarla la diplomazia che mille volte, come sempre, ne incepperà lo slancio, e si vai era di un re suo alleato sul quale può e deve contare. Così non si esclude Piemonte, ma non si crea di diritto capo e rego­latore dell'impresa.
Io son dunque fermo nell'apporre la mia firma, quantunque l'ultima fra quante ne raccoglierete, sotto la seguente riserva : Giuseppe Gabussi aderisce al concetto politico e militare tendente a pervenire all'unità e all'indipendenza d'Italia mediante il concorso siniultaneo così dell'elemento popolare, come degli eserciti regolari, ma non riconosce in veruno od uomo privato o re l'esclu­sivo diritto di dirigere e condurre la guerra, dovendo ciò unicamente dipen­dere dal voto del Consiglio centrale .
Questo è di senso (le parole non sono sacramentati, quindi sarebbero anche riformabili) al quale sottopongo la mia adesione al vostro patriottico libro, al quale non so augurare se non quell'opportunità che vedo, se non mi inganno, ogni giorno più allontanarsi.
Voi siete troppo franco e leale uomo, e troppo rispettate le coscienziose convinzioni per non adontarvi di questa mia risoluzionie, deviando sostanzial­mente dalla quale sarei in guerra colle mie fermissime opinioni e coi miei principii. Gradirei conservaste questa mia lettera perché contiene i germi di ciò che forse un giorno potrebbe convenirmi di sviluppare. Amate il V.
Gabussi