Rassegna storica del Risorgimento

MARTINI FERDINANDO
anno <1975>   pagina <462>
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Alberto Aquarone
tempo ancora, la politica eritrea del governo, la situazione aveva cominciato a sbloccarsi e già erano stati gettati i primi semi dai quali sarebbe di lì a non molto fiorita la soluzione definitiva. Il 26 ottobre, in una lettera alla figlia da Monsummano, ove era appena tornato da Roma, Ferdinando Martini annun­ciava di aver ricevuto una offerta precisa dal presidente del Consiglio:
Rad ini m'ha offerto e questa volta ufficialmente di andare governatore a Massaua; salva naturalmente l'approvazione di S.M.: la quale però non dovrebbe mancare, ricordando io le parole molto benevole che il Re disse a Taverna sul conto mio. Rudinì s'è impegnato con me: io non mi sono impegnato con lui: e dopo aver sentito i suoi progetti, molto mutati per fortuna da maggio in poi, mi sono riserbato di esporgli i miei e lo farò per iscritto uno di questi giorni.32)
Come si può desumere dall'inciso e questa volta ufficialmente la pro­posta formalmente avanzata da Rudinì faceva seguito a precedenti contatti e si inseriva in effetti in un più vasto piano di ricomposizione ministeriale e di allargamento della maggioranza parlamentare alla cui realizzazione il presi­dente del Consiglio si era dedicato con ogni impegno fin dall'indomani delle elezioni. L'esito di queste aveva solo apparentemente rafforzato la posizione di Rudinì, grazie alla caduta di parecchi fra i crispini più accesi. D'altra parte, però, l'avanzata dell'Estrema Sinistra, il consolidamento del centro sonniniano che aveva accresciuto la sua sfera d'influenza alla Camera, le crescenti riserve dei moderati lombardi nei confronti del governo, avevano in realtà indebolito quest'ultimo, costretto a fare affidamento su una maggioranza sempre più etero­genea e vacillante. Di qui l'inizio, sin dalla primavera, di una serie di manovre del presidente del Consiglio dirette a irrobustire la sua compagine ministeriale grazie all'apporto di nuovi autorevoli elementi; manovre orientate in più dire­zioni, da Sonnino a Giolitti, ma il cui asse era costituito dall'obiettivo premi­nente di attirare nel gabinetto Zanardelli ed assicurarsi cosi l'appoggio orga­nico del suo gruppo alla Camera. La morte improvvisa del ministro di Grazia e Giustizia, Costa, avvenuta il 15 agosto, aveva reso poi di più immediata attua­lità il problema di un rimaneggiamento ministeriale, stimolando ancor più Ru-
) Cfr. FERDINANDO MARTINI, Lettere (1860-1928), Milano, Mondadori, 1934, pp. 314-315. Soppesando poi il prò e il contro dell'offerta avanzatagli, Martini così conti­nuava: Io non so che cosa farò: da un lato, l'ufficio è temporaneo e non esclude la con­dizione di deputato, sì ch'io non renunzierei al collegio, e fra un paio d'anni ritornerei al mio seggio di Montecitorio: è ben retribuito; ed io debbo pensare anche a questo, per avere gli ultimi anni della vita tranquilli, almeno sotto l'aspetto finanziario. Di là da queste che sono considerazioni puramente personali, c'è il desiderio di rendere un servizio a questo disgraziato paese, assestando la Colonia e ponendola in grado di aspettare, qua­lunque sia per essere, l'avvenire e gli eventi suoi, senza recare disturbi o soverchi aggravi alla madre patria; c'è la speranza, forse troppo orgogliosa, di riuscirvi. C'è finalmente il pensiero che il mio nome e la mia persona significano " mantenimento dignitoso " di questa Colonia, cioè una concessione e non piccola fatta dal Governo alla opinione del Paese, da quel Governo che vi volea mandare il Bori futi ini, appunto perché il nome di lui non altro significava che abbandono e rinunzia. Questo è, per cosi dire, l'attivo. Ma anche il passivo c'è e grande. Tralascio la parte politica: se non m'accordo, se non ho patti sicuri e facoltà larghissime, non accetto: ma non ti nascondo che l'andar là solo, lontano da voialtri, mi dà un gran pensiero, e mi pone fin d'ora nell'anima un senso grande di tri­stezza .