Rassegna storica del Risorgimento

MUSEO DI CAPRERA
anno <1976>   pagina <79>
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Libri e "periodici
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nuovo regno che coincise pure con l'avvio dell'età giolittiana e del primo processo di indu­strializzazione sostenuta del paese, vennero a costituire certamente, con il loro ritmo ser­rato nel giro di pochi anni, una cesura, uno spartiacque bene individuabile nell'evoluzione dello Stato postunttario e, più alla radice, della società italiana nel suo complesso. Mal­grado alcuni tentativi di sintesi, come quello di Raffaele Colapietra nel 1959, o alcune pregevoli monografie settoriali, come quella di Carlo Pinzani relativa alla Toscana, non si può dire tuttavia che questa fase cosi critica della vita politica italiana abbia in genere rice­vuto, nella sua specificità, quell'attenzione approfondita che senza dubbio merita. Si deve rico­noscere pertanto che questa ampia ricerca, basata su una ricchissima e varia documentazione d archivio e su una conoscenza ben salda delle fonti edite, si presenta come una impor­tante novità storiografica, diretta com'è a dare un quadro complessivo, ma al tempo stesso minuziosamente ricostruito nei suoi dettagli, della crisi di fine secolo in tutti i suoi aspetti politici e sociali.
La chiave interpretativa dell'autore è ben precisa, e non ammette sfumature di sorta. Tutto il libro è uno sforzo tenace, appassionato, quasi monomaniaco, di dimostrare che la crisi di fine secolo fu un tentativo organico, meditato, consapevole di tutta la borghesia italiana, da un estremo all'altro del suo schieramento politico-parlamentare, di imprimere alla politica nazionale una svolta decisamente e definitivamente reazionaria, all'insegna di un programma di restaurazione rigorosamente autoritaria. Qualsiasi altra interpretazione che si rifiuti di riconoscere la natura profondamente unitaria e globale di questa volontà liberticida e di sopraffazione classista dell'intera borghesia italiana di fine secolo, va scartata sprezzantemente. Quindi, niente ce conato autoritario della parte più reazionaria del ceto dirigente, cui fece scontro una parallela decantazione e affermazione della parte vera­mente liberale; niente spiegazioni semplicistiche e riduttive di un generale che avrebbe a perduto la testa , di un presidente del consiglio smodato nella repressione per impo­tenza, disorientamento politico e paura, di una classe dirigente conservatrice rabbiosamente violenta non nel tentativo di colpo di Stato, ma per una disordinata, confusa e intimo­rita reazione alla consapevolezza di aver ormai perso la partita dinanzi alla incontrastabile avanzata delle forze popolari. Al limite - afferma ancora Levra è necessario respin­gere anche l'analisi, di derivazione giolittiana, dei fatti novantotteschi come momento di " grande paura " delle classi dirigenti, quando essa è disgiunta da un ulteriore approfon­dimento nella direzione del programma di reazione organica innestato dai ceti dominanti sull'iniziale paura di classe . I fatti del '98, insomma, non vanno considerati soltanto, come fecero molti, degli stessi contemporanei democratici e socialisti, nei loro aspetti di reazione inconsulta, di paura generalizzata della borghesia, di grossolane prevaricazioni da parte dei tribunali militari, insomma come drammatici " incidenti ", bensì come un ten­tativo organico (che in un primo momento vede consenziente tutta la classe dirigente libe­rale e che, fornite alcune garanzie relative ai soli clericali, riscuote il plauso di gran parte dell'intransigentismo cattolico, che è cosi predisposto all'inserimento conservatore nell'am­bito dello stato nato dal risorgimento) di estendere a tutto il paese prima con provvedi­menti dell'esecutivo, poi di codificare con interventi legislativi la politica crispina del * piccolo stato d'assedio " già sperimentata localmente nel '94 in Sicilia . Di fronte ai tumulti della primavera del '98 non si ha soltanto una celere ricomposizione di tutta la borghesia in un unico fronte di classe, ma anche e soprattutto il ben preciso tentativo ce di finalizzare la repressione a un più vasto organico disegno di reazione istituzionaliz­zata . 11 tutto, poi, con la complicità diretta o indiretta di larga parte della stessa estrema sinistra, socialisti in testa, i quali, totalmente incapaci secondo quello che è ormai un vetusto cliché di certa nostra storiografìa di una corretta analisi di classe delle condi­zioni in cui si svolgeva la lotta politica del tempo, diedero ulteriore impulso alla difesa delle istituzioni borghesi tradizionali, con obiettivi non più di classe ma semplicemente democratici .
Le accuse continue, aspre, insistenti di scarso mordente classista, di carente capacità di analisi di classe, rivolte da Levra al socialismo riformista si irrigidiscono, nel corso del­l'opera, in una vera e propria fissazione. Senonché è proprio lo stesso Levra che si rivela