Rassegna storica del Risorgimento

STATO E CHIESA; TAPPARELLI LUIGI PADRE
anno <1976>   pagina <140>
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Maria Rosa Di Simone
l'uomo che si troverebbe ad obbedire ad una autorità tutta umana, fallibile, fragile, capace di ogni deviazione, mentre all'opposto egli afferma nella nostra teorìa, poiché ' necessità di natura è l'ordine e però la dipendenza so­ciale, l'uomo obbedisce non all'uomo ma alla natura e al suo Autore. Precisamente nella natura etessa Taparelli riconosce la presenza dell'autorità come principio di unità, di moto, di conservazione essenzialmente benefica e, in polemica con lo Spedalieri, ispirandosi evidentemente alle teorie dello svizzero von Haller, afferma che gli uomini sono naturalmente indotti a senti­menti di amore e non di odio e di lotta nei suoi riguardi, in virtù di quella legge provvidissima del supremo Fattore che mentre fornisce maggiore capa­cità a chi è chiamalo per natura al comando, inclina insieme il men capace soavemente all'obbedienza .8) Eccezioni rare vengono considerate dall'autore i casi in cui gli inferiori sono moralmente o intellettualmente migliori dei loro superiori giacché se esaminiamo senza pregiudizi, vedremo la superiorità sem­pre per sé propensa a beneficare (...). Sempre, se ben si mira, la debolezza invita e stimola al delitto: ruba il povero persuaso dalla fame, morde il letterato invi­dioso perché inferiore di merito, tradisce il giocatore con l'inganno quando non sa vincere col valore .
L'autorità, insomma, non è, come vorrebbe di contrattualismo tardo-giusna-turalista e illuminista, la somma <di particelle dei giudizi e delle volontà indi­viduali volta al pubblico bene, bensì, secondo gli insegnamenti del Suarez, un principio discendente da Dio per governare la moltitudine.1 In polemica col Cousin, secondo il quale solo Dio, unico essere infallibile, aveva diritto al potere assoluto, egli afferma che la legittimità del potere dipende non dalla infallibilità della mente regolatrice ma dalla certezza del diritto di comandare: quando questo diritto è certo, i sudditi devono obbedire .n* I criteri per stabi­lire tale certezza non vengono peraltro specificati e sembrano in ultima analisi da ricondursi semplicemente allo stato -di fatto se ha diritto all'obbedienza della moltitudine anche l'usurpatore che si sia impossessato con la violenza di una corona legittima, perché detiene quell'autorità che permette di mantenere l'or­dine sociale. In tal modo, ponendosi in contrasto non solo con i gesuiti del 8ec. XVI e XVII ma anche con i contemporanei De Maistre e De Bonald, egli afferma esplicitamente che l'autorità pubblica ha il diritto di comandare benché chi la possiede non abbia diritto di possederla .U)
Le teorie >di Montesquieu non trovano d'altra parte accoglienza migliore di quelle di ispirazione roussoviana. Alla base della divisione dei poteri definita
7) Ivi, LIV.
*> Ivi, 471.
9> Ivi, 479.
ì0> Ivi, 432.
W) Ivi, LXXXJ. Per i rapporti del Taparelli col Couain cfr. soprattutto E. Di CABLO, La figura del p. Taparelli attraverso il suo carteggio, Milano, 1935; In., Il sog­giorno in Sicilia del p. Taparelli d'Azeglio negli anni 1833-1850, in Analecta Gregoriana, voi. 133, Roma, 1963; oltre, naturalmente R. JACQUIN, Taparelli, Paris, 1943, pp. 243 sgg. e S. MASTKLLONE, Victor Cousin e il Risorgimento italiano, Firenze, 1955, p. 203 e passim.
t2> L. TAPARELLI, Saggio teoretico cit., voi. I, 664-666. Su tale problema cfr. G. SAETTA, La scolastica del sec. XVI e la politica dei gesuiti, Torino, 1911, pp. 229-231; A. C. JEMOLO, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino, 1949, p. 395; G. JAHLOT, De l'insurrection à la legitimité, in Analecta Gregoriana cit., pp. 207-226.