Rassegna storica del Risorgimento

FRANCIA RELAZIONI COMMERCIALI CON L'ITALIA 1881-1889; IITALIA R
anno <1976>   pagina <233>
immagine non disponibile

Negoziati commerciali italo-francesi 233
Meline nel 1892 le merci italiane vennero sottoposte alla tassazione massima che era però più mite della precedente. Si dovette, tuttavia, aspettare il 1898 perché nella prospettiva di una politica estera orientata verso un'apparente distensione, quale fu quella adottata dal Delcassé, si appianassero anche le con-troversie commerciali. Fu la marea montante della crisi economica e sociale, verificatasi in Italia nel 1898, a consigliare la Francia ad abbandonare la prece­dente politica commerciale e finanziaria per evitare che la tutela tedesca sulla penisola si facesse sempre più pesante. Col nuovo trattato commerciale di quel­l'anno la Francia non aveva rinunciato al protezionismo (dalla tariffa minima vennero escluse le sete ed il bestiame e non tutte le qualità di vino ottennero uno sgravio) e l'Italia si era limitata ad attenuarlo di poco (esclusione dei tessuti di lana dal trattato; concessioni di facilitazioni ai manufatti francesi di qualità come certi tessuti pregiati di lana, le mercerie, i profumi ecc....).
Gli effetti della normalizzazione dei rapporti commerciali furono più poli­taci che economici. In dieci anni, infatti, il flusso degli scambi e la fisionomia dei mercati avevano subito mutamenti irreversibili; d vigneti del Sud-Ovest della Francia, distrutti dalla fillossera, avevano ripreso a fruttare; il vuoto lasciato dai prodotti italiani (vino, agrumi, seta, bestiame ecc....) era stato col­mato da quelli di altri paesi quali la Spagna, l'Algeria, la Tunisia. D'altra parte la Germania, la Svizzera, l'Austria-Ungheria, la Gran Bretagna solo marginal­mente avevano potuto compensare l'Italia della perdita del mercato francese.13l)
L'esame delle varie fasi dei negoziati italo-francesi per il rinnovo del trat­tato di commercio dimostra l'esistenza di ima concreta pressione dei gruppi protezionisti di entrambi i paesi sui rispettivi governi. Se, infatti, la denuncia del trattato di commercio del 1881 fu messa in atto dal governo italiano in seguito alle sollecitazioni dei settori più avanzati del capitalismo industriale italiano (lanieri, cotonieri, siderurgici ecc....), essa era stata ugualmente richiesta dai protezionisti francesi, agrari e industriali. Ancor prima della denuncia effet­tiva del 1886 la conclusione di una nuova convenzione commerciale si presentò problematica ed incerta. L'esistenza di una fitta rete associativa capace di far giungere la propria voce fino agli esponenti più autorevoli del potere statale conferi agli agrari e industriali francesi una forza trainante di tale portata che, malgrado le reiterate assicurazioni concilianti di Rouvier, prima, e di alcuni dei suoi successori, poi, non solo a stento venne dato l'avvio ai negoziati ufficiosi, ma l'esito stesso delle trattative apparve sin dall'inizio compromesso dalle dispo­sizioni nettamente contrarie delle Camere francesi. Questioni puramente formali come quelle della scelta della sede dei negoziati o dei plenipotenziari diedero luogo ad interminabili scambi di pareri che dimostrarono la scarsa disponibilità, soprattutto francese, per un accomodamento.
Nell'ambito del blocco protezionista italiano le pressioni di interessi set­toriali spesso in contrasto ed in lotta tra di loro resero il ministero Crispi incerto sulla posizione da assumere. Diversamente dalla Francia, dove le camere di commercio e le varie associaaioni agrarie e industriali non si mostrarono gran che preoccupate di un'eventuale rottura commerciale, in Italia non la si voleva anche se qualche protezionista più agguerrito dichiarava che era preferibile ad un cattivo trattato l'applicazione della tariffa generale. L'ulteriore sviluppo dei
131) Cfr. E. DECLEVA, Da Adua a Sarajevo. La politica estera italiana e la Francia (1896-1914), Bari, 1971, pp. 60-66 e 94-100.
*