Rassegna storica del Risorgimento

FRANCIA RELAZIONI COMMERCIALI CON L'ITALIA 1881-1889; IITALIA R
anno <1976>   pagina <234>
immagine non disponibile

234
Gabriella Cavallaro
settori di punta del capitalismo industriale italiano (industria siderurgica e metallurgica) e l'incentivazione della spesa pubblica, resi possibili dal colloca­mento all'estero di notevoli quantità di rendita o di altri titoli pubblici, neces­sitavano del capitale straniero, soprattutto francese. Crispi, perciò, si mostrò conciliante e disposto a transazioni, ma nei limiti consentiti naturalmente dallo schieramento parlamentare allora in atto, nel quale il blocco agrario-industriale costituiva la maggioranza di cui non potevano essere ignorati gli orientamenti. La necessità di collocare alla Borsa parigina le nostre obbligazioni ferro­viarie e di arrestare il ribasso della rendita italiana all'estero, diede la spinta propulsiva ai negoziati. All'incerto e lento andamento dei negoziati commerciali con i loro alti e bassi si accompagnò la questione dell'ammissione o meno delle obbligazioni ferroviarie alla Borsa francese. Dal settembre 1887 al febbraio 1888 oscillazioni, ripensamenti, aperture vaghe seguite da altrettanti rifinti ve­lati dal tortuoso linguaggio diplomatico si intercalarono e costituirono l'ele­mento caratterizzante di queste trattative svoltesi parallelamente, ma reciproca­mente interagenti. H fallimento dei preliminari commerciali parigini fu in parte dovuto all'ostilità degli ambienti borsistici e fu preannunziato dal rifiuto a trattare per le obbligazioni. Ripropostasi la questione nei primi mesi del 1888 per le crescenti difficoltà del Tesoro italiano, sul rifiuto francese di prendere in considerazione apertura italiana concernente il bestiame, pesò in maniera determinante il prolungarsi dell'astensionismo del capitale finanziario da ogni operazione creditizia che avesse per oggetto i titoli italiani. Il capitalismo finan­ziario della vicina repubblica esercitò anzi una vera e propria azione di forza: subordinò il proprio sostegno al mantenimento del mercato italiano per le merci ed i manufatti industriali francesi. Il rafforzarsi, però, del blocco protezionista italiano con l'aumento del dazio sul grano e l'appoggio offerto alla nostra ren­dita dal capitale tedesco contribuirono ad allontanare sempre più i due paesi dalla possibilità di un'intesa. Alla Francia non rimase che adottare una tattica dilatoria per trarre vantaggio dall'immancabile crisi economica e finanziaria che si sarebbe abbattuta sull'Italia. La Francia, infatti, non subì danni sostan­ziali per la perdita del mercato italiano. Le conseguenze invece della chiusura del mercato francese furono di tale portata per la nostra penisola, da spingere Crispi, ad appena un anno dalla rottura, non solo ad abbandonare la precedente politica di sviluppo industriale e di incentivazione della spesa pubblica, ma anche ad abolire, con un atto unilaterale, le tariffe differenziali ed a saggiare il terreno per la normalizzazione delle relazioni commerciali, soprattutto allo scopo di riaprire il mercato finanziario francese, meno esoso di quello te­desco. I sondaggi di Crispi prima, di Di Rudinì e Luzzatti poi, intrapresi sempre in concomitanza all'aggravarsi della crisi economica e delle difficoltà finanziarie, di volta in volta spinsero il governo francese ad opporre ostinati rifiuti per etritolare il nascente capitalismo industriale italiano e mantenere l'Italia in una posizione di dipendenza economica e anche, possibilmente, politica.
GABRIELLA CAVALLARO