Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1976>   pagina <259>
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Libri e periodici
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narono progressivamente quel confine dalla città. Questa dalla rinnovata grandezza e dal-1 espansione degli Asburgo ottenne nuovo e più dinamico ritmo vitale mentre la sua gente, per il progresso civile e l'espansione economica che vi vedeva realizzati, sentiva alimen­tare il convincimento antico della utilità di quel legame con la Casa d'Austria che nel-l'ideologia kandleriana mutava carattere e contenuto. Non più, infatti, il vieto autonomi­smo conservatore dei nostalgici dei privilegi pattizi concedenti franchigie e diritti spe­ciali, ma un moderno lealismo costituzionale fatto di libertà giuridiche e di franchigie civili. Per questa ideologia Trieste diventava uno dei centri propulsori di un Impero la cui crescita grandiosa ed ordinata ad un tempo sarà destinata a simboleggiare nel ricordo dei posteri e nel mito una stagione felice quando lo sconforto per la crisi incombente e lo smarrimento per i valori tradizionali perduti e l'ansia per un futuro incerto porterà a vedere il bello solo nel passato ed a rimpiangere le certezze del mondo di ieri. A quella stagione che si manifestava anche nel fasto e nella gioia per la visita di Francesco Giu­seppe accompagnato dalla bella e giovane consorte Elisabetta nel 1856 apparteneva il mondo ideale di Pietro Kandler esaltato anche nelle belle tavole del suo Album e Cartolare. Ma quella stagione e quel mondo, il cui modo di essere permeava la vita della Trieste asburgica, avevano ormai il tempo contato e con essi era destinata a presto finire l'ideo­logia che li sorreggeva e che ne era insieme il prodotto. Come emblematicamente nota Cer-vani ricordando l'altra visita imperiale nella città del 1882, le bombe di Oberdan sotto la ferrata preparate per quello stesso Francesco Giuseppe cui si era rivolto, presentandogli l'Album, ventisei anni prima, Pietro Kandler, segneranno l'inizio della fine di un'epoca di storia non soltanto triestina.
CARLO GHISALBERTI
Democrazia e Mazzinianesimo nel Mezzogiorno d'Italia 1831-1872; Genève, Librairie Droz, 1975, in 8, pp. 298. L. 8.000.
La riconosciuta limitatezza della diffusione mazziniana nelle regioni meridionali è stata un tema dibattuto nella storiografia risorgimentale degli ultimi anni, alla ricerca sia degli effettivi limiti e della portata che vi ha avuto il mazzinianesimo, come degli innesti e delle correlazioni con le forze democratiche locali di diversa indole ed ispirazione.
Nel centenario della morte di Mazzini il comitato napoletano del nostro Istituto colse la degna occasione per organizzare un convegno sull'argomento (svoltosi tra Napoli e Capua nei giorni 21-23 ottobre 1972), nel quale si sono puntualizzate tali questioni, entro un ge­nerale bilancio della democrazia risorgimentale meridionale. Il presente volume ne costi­tuisce appunto gli atti.
La prima relazione fu tenuta da Franco Bella Perula, che si è occupato del problema nell'ambito della vasta indagine da cui è scaturito il recente suo libro Mazzini e i rivolu­zionari italiani. Il partito d'azione 1830-1845 (Milano, 1974). Assumendo come termine di confronto l'opera di Giuseppe Berti su / democratici e l'iniziativa meridionale nel Risor­gimento (Milano, 1962), egli ne ha confutata la sottovalutazione dell'influsso mazziniano nel Mezzogiorno, prospettando, al di là della vera e propria penetrazione politica o dell'in­cidenza delle adesioni, peraltro illustrate con concreta larghezza di riferimenti, il valore di quell'influsso come generale orientamento ideale, caratterizzato dall'istanza nazionale, uni­taria e democratica, e come esempio di costume politico. L'antitesi col Berti, che direi è stato un grande assente del convegno, ha investito, per logica conseguenza, il giudizio sulla carboneria, intesa da questo studioso come permanente substrato della democrazia meridio­nale, tale da costituire l'ostacolo preventivo ed il contraltare del mazzinianesimo, con un'in­terpretazione che Della Perula ritiene troppo idealizzante. Il relatore ha altresì analizzato le analogie con l'organizzazione mazziniana di quegli stessi raggruppamenti democratici meridionali sorti in chiave di differenziazione, come i Figliuoli della Giovane Italia, Io cui denominazione rivela nel contempo il collegamento e la distinzione.
Gli interventi di M. Capecelatro e Luigi Parente hanno portato il discorso sulle ra­gioni economico-strutturali dell'inadeguatezza mazziniana alle dimensioni del Mezzogiorno,