Rassegna storica del Risorgimento

CARLO ALBERTO RE DI SARDEGNA LETTERE; CARTEGGI (CARLO ALBERTO-M
anno <1976>   pagina <381>
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Libri e periodici 381
alla restaurazione asburgica e dell'organicismo razionalista onde Metternicb medita di pre­servare e garantire la pace, torniamo a leggere del <c controllo preventivo della circolazione delle idee e della ispezione sistematica della corrispondenza , di repressione spiri­tuale , di scarsa considerazione... nei riguardi delle caratteristiche particolari delle nuove Provincie , di mera finzione giuridica quanto alla pretesa autonomia del Lombardo Veneto, di un indirizzo generale di governo che lede ed annulla le aspirazioni intellet­tuali e materiali di ima popolazione che fiduciosamente aveva accettato il dominio austriaco , di miopia politica con cui fu affrontato il problema delle costruzioni ferro­viarie specialmente ed esemplarmente a proposito della progettata linea da Milano a Ve­nezia, quando leggiamo tutto ciò ancor prima del Quarantotto, non possiamo non conclu­dere che il giudizio tradizionale sulla a oppressione straniera è sostanzialmente e seria­mente confermato, e che tutt'al più si amerebbe poter annoverare da parte austriaca qual­che manifestazione di cristiana comprensione e pietà analoga a quella del nostro giustiano Sant'Ambrogio. Per tutta questa parte, che tocca problemi da lui magistralmente dominati, mi permetterei di rilevare all'amico Furlani, scontata la doverosa assoluzione di Mettermeli come praticamente emarginato dalle supreme decisioni di politica interna, che proprio la sua impostazione globale , di generale e complesso sistema di governo, sconsiglia di ad­dossare, com'egli fa, l'esclusiva responsabilità di siffatte decisioni sulle spalle mediocri del­l'imperatore Francesco, che non merita probabilmente, secondo il vecchio detto, quest'ec­cesso d'indegnità per obiettiva incapacità ad assumersi l'onore corrispondente.
Il a fossato incolmabile è del resto il protagonista anche del decennio susseguente al Quarantotto, mentre per i successivi decenni, fino alla prima guerra mondiale, oppor­tuna è la sottolineatura ripetuta del pratico isolamento internazionale dell'Italia fino alla Triplice, contro talune enfatizzazioni tradizionali della indipendenza di Visconti Ve­nosta, mentre la spregiudicatezza dell'A. si conferma tanto nel valutare quale componente naturale e storicamente congenita del giovane Stato l'irredentismo, quanto, occupandosi degli ultimi anni, nel rivendicare la liberalità ed il buon volere messi in atto dal governo di Roma quanto all'Alto Adige malgrado qualche irrigidimento più o meno clamoroso della controparte.
Wandruszka si occupa, naturalmente, e da par suo, del Settecento, dopo una carrel­lata forse fin troppo rapida sui secoli precedenti (ma la finezza dell'A. non si smentisce, tanto nel ricordare hi guerra psicologica filocontadina dell'imperatore Massimiliano con­tro l'oligarchia veneziana cinquecentesca, quanto in quell'evocazione degli italiani al campo di Wallenstein, un microcosmo di ciò che d'ambizione, di generosità, di tradimento, rap­presentò il a genio italiano per la cultura germanica fino a Schiller, ed anche dopo di lui).
Forse dei Gesuiti a Vienna si sarebbe potuto parlare un po' più diffusamente, forse il napoletano Carlo Spinelli vittorioso alla Montagna Bianca si sarebbe potuto annoverare con onore tra i combattenti per la causa imperiale, ma questi sono piccoli episodi prima della grandiosa primavera settecentesca, quel partito asburgico che inaugura il secolo con la congiura di Macchia a Napoli, quella tematica riformista aristocratica che lo scri­vente mise in luce, dopo il Benedikt, parecchi anni addietro, e che ormai è entrata nella comune opinione, a riscattare il viceregno austriaco, e specialmente il cardinale d'Althann, da quella pregiudiziale polemica filoconfessionale che la storiografia tardogiannoniana e liberale gli aveva mantenuto appiccicata sino a vent'anni or sono.
Non seguiremo FA. nella sua particolareggiata ricostruzione delle vicende dell'assolu­tismo illuminato, sulle quali hi sua autorità è indiscussa, anche quando magari maltratta troppo gli a arrabbiati alla Pietro Verri e alla Giuseppe II.
Una splendida precisazione storica è alla base di questa ricostruzione, il rovescia­mento delle alleanze come premessa indispensabile delle riforme a perché da quel momento gli eventuali oppositori... venivano ad essere privati di ogni appoggio politico estero .
E tuttavia, per tornare a quanto dicevamo di Furlani, neppure per Wandruszka si può parlare di un autentico ribaltamento, o comunque rilevante modifica, del giudizio que­sta volta tradizionalmente positivo sul riformismo asburgico. Senza dubbio egli mette for­temente in luce il significato determinante del contributo specificamente austriaco, specie a proposito dell'appalto generale con Pallavicini, del giansenismo con Firmian, dei criteri generali di governo con Kaunitz (a non parlare dei ministri austriaci a filosofi di Pietro