Rassegna storica del Risorgimento
SETTEMBRINI LUIGI
anno
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1977
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pagina
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Alfonso Scirocco
darli al Mugolino, che non avrebbe potuto avere sul giovane amico un'influenza così duratura, dobbiamo considerarli connaturati alla personalità del Settembrini.
A guardare con occhi più attenti, caute proposte di riforme dall'alto e spunti egualitari si trovano nella commedia La donna del proscritto, del 1838, animata da spirito anti-nobiilare, e nel dialogo Sulle donne del 1841, dove, tra l'altro, si ipotizza l'eliminazione delle ineguaglianze sociali attraverso l'organizzazione obbligatoria del lavoro e la pianificazione dei matrimoni.
Convergenza piuttosto ampia, quindi, col Musolino in una visione utopistica da cui entrambi si staccheranno negli anni avvenire, ed indizi fondati di una partecipazione non marginale all'attività della setta. La scarsa importanza datale nelle Ricordanze noi la spiegheremmo con un'effettiva dimenticanza di fatti ed idee (l'opera è cominciata in Inghilterra nel '59, dopo le tumultuose vicende del 1847-48 e la dura esperienza dell'ergastolo), a cui si aggiunge l'osservazione che il Settembrini, mente non storica né critica, non sentiva il bisogno di ricostruire geneticamente il suo cammino spirituale, di chiarire a se stesso le ragioni che lo avevano indotto ad abbandonare certe forme di lotta.
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Abbandonare o accantonare? Perché alla cospirazione Settembrini tornerà in un altro momento storico. Per ora, arrestato per l'appartenenza alla setta e tenuto in prigione dal '39 al '42, e poi rimasto sotto la sorveglianza della polizia, non si interessò attivamente di politica. Il programma neo-guelfo, le riforme di Pio IX, il risveglio di vita civile che sembrava diffondersi in tutta Italia ne ridestarono gli ardori combattivi e lo spinsero alla fin troppo celebre Protesta del popolo delle Due Sicilie, un violento pamphlet in cui contro il sovrano, la sua famiglia, i suoi collaboratori erano scagliate tutte le accuse, le maldicenze, le calunnie che correvano di bocca in bocca a Napoli e nelle province.
Non c'era nella Protesta un esame organico dei motivi che tenevano il regno borbonico estraneo al pacifico moto di rinnovamento che animava l'Italia; evasiva sui veri problemi del Mezzogiorno (lo osservò il Ciasca),12) essa era un'accolta di luoghi comuni, a cominciare dalla naturale ricchezza del paese, e di enfatiche denunzie di malefatte vere e presunte, che trascendevano spesso in pettegolezzi volgari, in non provate accuse personali, come apparve a Giustino Fortunato.13) Né vale a difenderne la validità dire col ThemellyM) che molti fatti sono stati confermati da successive indagini, perché ciò che rende inaccettabile la Protesta sul piano storico è il modo di mettere insieme la corruzione dei ministri ed i lascivi amori della regina madre, la bigotteria del re e le prepotenze della polizia.
Eppure essa fu opera di grande peso politico, perché espresse nella forma popolare dell'invettiva l'amarezza, o meglio l'esasperazione della borghesia meridionale, pavida e riformistica, che vedeva sfuggire la grande occasione per una graduale attenuazione dell'assolutismo ed un ritorno al clima di collaborazione
,2) R. CIASCA, L'orìgine del Programma per l'opinione nazionale italiana del 1847-48, Roma-Napoli. 1916, p. 613 sgg.
13) G. FOIITUNATO, Appunti di storia napoletana dell'Ottocento, Bari, 1931, p. 182 sgg. M> M. THEMELLY, La formazione intellettuale cit., p. LXXII.