Rassegna storica del Risorgimento

SETTEMBRINI LUIGI
anno <1977>   pagina <140>
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Alfonso Scirocco
Nello Stato unitario vengono in primo piano i problemi concreti fino allora trascurati nell'illusione che tutto debba risolversi col mutamento della dinastia. Settembrini, tempra di moralista più che di politico, condivide la delusione degli intellettuali che hanno fatto coincidere col crollo dei Borboni la fine della corruzione, dell'arrivismo, dell'egoismo. Non si scoraggia: continua la battaglia con la lotta anticlericale, rivolta all'abbassamento della potenza politica, econo­mica, morale della Chiesa, all'abolizione del potere temporale su cui si appoggia il fuggiasco Borbone per alimentare il brigantaggio, al rinnovamento delle co­scienze.
Settembrini, così, non resta in disparte e quasi a disagio , come sembra al Themelly, 42> che, approfondendo l'esame dell'opera e degli scritti successivi al 60 trova insistente vagheggiamento di soluzioni politiche equivoche, simpatia per governi forti e militareschi, connaturata diffidenza per la vita parlamentare e la prassi democratica.43)
In disparte il Settembrini non fu (finché lo sorressero le forze fisiche), se non nel senso che, alieno dalle conventicole, dai compromessi, dai patteggiamenti, preferì restare un isolato, come era sempre stato; anzi in quegli anni, deputato nel '61 (elezione non convalidata per incompatibilità), rettore dell'Università di Napoli, senatore dal *73, ebbe cospicui riconoscimenti.
Le battaglie politiche le condusse, secondo il suo solito, al di fuori degli schieramenti rapidamente consolidatisi nel Parlamento e nel paese. Dal '63 al '66, presidente dell'Associazione Unitaria Costituzionale, si affiancò al De Sanclis nel tentativo di dare prestigio e vigore alla classe dirigente liberale che aveva condotto il paese all'Unità, ma aveva fallito nella difesa degli interessi meridio­nali. Nell'Unitaria Settembrini trovò o introdusse (che non è facile distinguere in essa il contributo suo da quello del De Sanctis) alcune antiche idee: la riu­nione di un gruppo di persone elette, non legate al governo, volte a consigliare saviamente e a stimolare più che a partecipare al potere, la scelta dei deputati tra gli uomini di buon senso, non chiacchieroni, conoscitori delle esigenze con­crete del paese. Tutta sua fu la devozione a Vittorio Emanuele, il re galantuomo, che, al di sopra delle beghe dei partiti, incarnava la continuità dello Stato, garantiva, se richiesto dalle circostanze, un intervento risolutore.
Involuzione? Non ci pare. ÉUtes illuminate, governo saldamente tenuto dal Dittatore, poca fiducia nelle costituzioni e nei parlamenti, uso della forza per tenere a freno le masse riottose in attesa di elevarle con l'istruzione, sono idee che formano il bagaglio politico del Settembrini dal periodo catanzarese al '48, all'ergastolo, e trovano cittadinanza dopo il '60 in un Mezzogiorno travagliato dal malcontento profondo ma privo di sbocchi politici della borghesia, dalla diminu­zione delle possibilità di lavoro per il ridimensionamento delle strutture ammi­nistrative ed economiche, dal brigantaggio. Non è con le chiacchiere e con le proposte dei partiti sempre discusse e mai attuate che si risolvono i problemi della nazione, dice semplicisticamente Settembrini, il quale si batte per la moraliz­zazione degli appalti, la voragine che fa finire gran parte del denaro pubblico in bustarelle ed illeciti guadagni, e propone, lui impiegato dello Stato, la diminu-
42> M. THEMELLY, Introduzione a L. SETTEMBRINI, Lettere dall'ergastolo cit., p. XXXI; Io., Luigi Settembrini cit., p. 41 sgg.
43) M- THEMELLY, Luigi Settembrini cit., p. 40 agg. e, soprattutto L'ultimo Settem­brini, in Esperienze letterarie, fase. cit.