Rassegna storica del Risorgimento

BALBI PIOVERA GIACOMO CARTE; ISTITUTO MAZZINIANO DI GENOVA FOND
anno <1977>   pagina <219>
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Le carte Balbi Pioverà
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testimonianza del suo attaccamento alla stabilità della monarchia; la sua etessa vita, le forti spese da lui sostenute a favore dell'agricoltura indicavano le incli­nazioni di una personalità tranquilla, aliena dalle intemperanze sovversive. Il Pioverà aveva lasciato volentieri la vita parigina per stabilirsi in modo perma­nente in Piemonte sia per spirito di nazionalità, sia per devozione al sovrano regnante, di cui fu amico fin dall'adolescenza, e dal quale aveva sempre ricevuto espressioni di stima e riguardi.
Su tali premesse, il Capsoni chiedeva al Galateri alcuni favori: a) che al marchese Balbi fosse concesso l'uso di uno o due servizi di posate (se non in argento almeno in avorio); b) che gli fosse accordata la possibilità di conferire con il suo procuratore per quanto riguardava i suoi affari di famiglia; e) che gli fosse consentito di essere visitato quotidianamente dal suo medico; <Z) che gli fosse permesso di scrivere a sua moglie e al Capsoni mediante la revisione delle sue lettere e delle reciproche da parte dello stesso governatore o del generale comandante la cittadella. Il Galateri postillò la supplica con le seguenti parole: Accordate le dimande, ben inteso colle dovute cautele .
A Pioverà l'arresto del marchese aveva recato una dolorosa impressione, della quale si rendeva portavoce il Capsoni in una lettera del 23 giugno: Il signor arciprete e tutto il piccolo clero sono venuti ad attestarmi il cordoglio di tutta la popolazione per la sua disgrazia che è disgrazia di tutti e si fanno voti per la sua più pronta liberazione.
Bisogna arrivare al 1847 per trovare qualche documento che ci interessi. Nel settembre di quell'anno iniziava la serie delle manifestazioni popolari a Genova: era il momento aurorale delle decise richieste e delle caute riforme albertine. Eudemonismo e antigesuitismo si intrecciavano; si scandivano parole d'ordine: viva e morte si articolavano attraverso interminabili manifestazioni di popolo, il cui linguaggio non sempre era corretto come le azioni. Era il tempo delle speranze alimentate dalle parole-forza che si dicevano e che contribuivano ad elevare il sentimento di nazionalità e di indipendenza attraverso la lente dei miti in parte creati da sincera fede e in parte sollecitati a bella posta dallo spi­rito demagogico che affiancò moderati e democratici. Si capiva in quei giorni che presto si sarebbe respirata una nuova aria di libertà: tutto faceva prevedere che le riforme non si sarebbero arrestate. La libertà era la parola che circolava come moneta spicciola, ma nelle mani del popolo poteva riuscire pericolosa in quel momento, poteva risultare intempestiva. I ben pensanti del patriziato geno­vese dicevano che alla libertà bisognava unire l'ordine se si voleva davvero progredire: bisognava contenere l'esuberante spirito popolare, irreggimentarlo in un contesto di civile contegno. Si formò così quel Comitato dell'ordine, dei quale fu membro il Nostro, che rese encomiabile servizio nel temperare il caldo clima psicologico genovese.
Gio Batta Boccardo, fratello di Gerolamo il noto economista, nuovo ammi­nistratore generale del Pioverà, ragguagliava il Marchese sulla manifestazione di Genova dell'8 settembre 1847:
Ignorando se il di Lei Signor fratello Le scriva, non posso lasciar di informarla di quanto ebbe luogo jeri sera in città.
A notte una folla di persone del primo e del secondo ceto si radunò nella piazza del teatro. Giorgio Doria fu quello che più di rutti si distinse arringando la folla e mantenen­dola nel limite dell'ordine e del dovere. I gridi di viva Pio IX, viva Carlo Alberto, viva l'armata, viva l'indipendenza italiana, viva Gioberti si ripetevano in tutte le strade della citta.