Rassegna storica del Risorgimento

BALBI PIOVERA GIACOMO CARTE; ISTITUTO MAZZINIANO DI GENOVA FOND
anno <1977>   pagina <227>
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labri e periodici
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bria . Più specificamente FA. si occupa della reazione borbonica dopo i moti del 1848, ma implicitamente si tratta di una ricostruzione dei moli nelle piccole località, delle loro ra­gioni di fondo e dell'ambiente umano che vennero ad interessare.
L'A. sviluppa la propria analisi attraverso la ricostruzione storica di un inedito fatto giudiziario, il procedimento penale contro tre abitanti del paese di Amendolara, in provincia di Cosenza, accusati di aver fatto parte di im gruppo liberale; si tratta di uno dei tanti pro­cessi che seguirono alla repressione dei moti e dei gruppi, anche minuscoli, che, pur vaga­mente si potevano richiamare al pensiero rivoluzionario e liberale. Come giustamente rileva 1A., nella provincia di Cosenza era viva la tradizione mazziniana, ma tale tradizione era veramente sentita soltanto da ristretti gruppi del ceto borghese o comunque colto, e, ciò che e più importante, spesso trovava ostili coloro che appartenevano ai ceti più umili dei vil­laggi e delle zone eminentemente agricole.
L'opera del Laviola avrebbe un mero interesse locale, se non fosse preponderante Tana-lisi dei traumi, delle contraddizioni e dei problemi che il processo contro i tre personaggi di Amendolara, universalmente riconosciuti come liberali, provoca tra gli abitanti del paese; traumi, contraddizioni e problemi comuni a moltissimi momenti del Risorgimento italiano, non soltanto meridionale. Oltre a ciò il Laviola sottolinea il rapporto, a volte sconcertante, fra Stato borbonico e popolazione; lo Stato, apparentemente fortissimo, con tutte le leve del potere ufficialmente fra le mani, si scontra con gli abitanti del paese. Ne è un evidente esempio Patteggiamento tenuto dalla popolazione in occasione del processo contro i tre libe­rali: aU'inizio del procedimento essa mostra un comportamento assolutamente ostile nei confronti degli imputati, mentre verso la fine lo stato d'animo muta e la popolazione tra­sforma l'iniziale ostilità in una sconcertante omertà con la quale difende i liberali. Un caso limite di questo secondo atteggiamento che è dettato in minima parte da reale solida­rietà nei confronti degli accusati, ma è più spesso una volontà di non opporsi ad una auto­rità locale più forte ed influente di quella statale è quello che vede protagonista il mag­giore accusatore dei tre liberali, un sacerdote più volte bastonato da uno degli imputati, il quale, nella seconda fase del processo, ritira completamente l'accusa, e come lui si compor­tano le decine di testimoni che nella fase istruttoria avevano a visto tutto .
L'A. mostra, attraverso tali episodi, in quale misura si possa parlare di nascita di un nuovo ceto dirigente in zone agricole e lontane dalla borghesia cittadina. Si assiste alla pro­gressiva costituzione di un'autorità locale, formata prevalentemente da borghesi colti di idee antiborboniche che, in un primo tempo si affianca alla tradizionale autorità statale e, succes­sivamente, si oppone fino a sostituirsi alla amministrazione borbonica. E ciò non avviene nel 1860, o sotto l'impulso delle idee nuove che venivano portate con l'efficace argomenta­zione delle armi vittoriose, ma in un momento particolarmente critico per le forze costitu­zionali e per i rivoluzionari in genere, quale era appunto quello immediatamente succes­sivo al 1848.
I protagonisti di questa storia, a volte avvincente come un romanzo, sono i fratelli Vincenzo e Carlo Falabella, il primo proprietario terriero e il secondo Ricevitore del Re­gistro e Bollo, figli di un dottore in legge e discendenti dalla più importante famiglia di Amendolara. Il terzo esponente della setta liberale è un sacerdote, don Vincenzo Mussotto, definito dalle note di polizia effervescente prete anarchista . La loro partecipazione attiva e di primo piano, almeno a livello locale, al moto liberale appare scontata, anche se durante il processo gli interessati negano reiteratamente anche i particolari più insignificanti, riaf­fermando la loro fedeltà al legittimo governo. Il loro gruppo era in stretto contatto con altri gruppi liberali della provincia, ma non pare avesse vincoli profondi con i più vasti movimenti nazionali e anche se ripeteva nel nome la mazziniana Giovine Italia , certa­mente i metodi perseguiti dagli esponenti di primo piano e il loro spirito rivoluzionario si discostavano non poco dal pensiero mazziniano. Inoltre, e su questo punto nodale l'A. ri­torna spesso mostrando di aver centrato il problema, la stessa scelta dei proseliti non era fatta con criteri razionali ed intransigenti, ma teneva spesso conto di privati interessi e di puntigliose gelosie, producendo quelle scissioni che hanno avvelenato, in tutti i tempi, la vita dei piccoli centri meridionali, ritardandone ogni crescita civile . Naturalmente tale discorso è valido non solo a proposito dei piccoli centri meridionali , ma per tutti i pio*