Rassegna storica del Risorgimento
BALBI PIOVERA GIACOMO CARTE; ISTITUTO MAZZINIANO DI GENOVA FOND
anno
<
1977
>
pagina
<
228
>
228
Libri e periodici
coli centri essenzialmente agricoli, e forse rappresenta una delle cause per le quali, in molte parti d'Italia, il moto risorgimentale restò un fatto essenzialmente cittadino.
Laviola lumeggia assai bene l'atteggiamento della popolazione di fronte alla setta liberale: da un lato si oppone silenziosamente ed indirettamente col plaudire alle notizie delle disfatte di altri gruppi rivoluzionari della provincia, e dall'altro subisce passivamente l'influenza dei galantuomini ai quali non può opporsi e ai quali invece deve e porta rispetto, al di là delle posizioni politiche.
Tutto ciò si inserisce in un'atmosfera quasi surreale nella quale i rappresentanti del potere borbonico, nella grande maggioranza dei casi, non riescono a cogliere la drammaticità del momento storico o, se comprendono di trovarsi in uno di quei grandi momenti di passaggio, si comportano in maniera tale da poter acquisire meriti presso l'eventuale, futuro partito dirigente. In questo quadro vanno inseriti giudici indecisi, timorosi o addirittura conniventi con i gruppi rivoluzionari, inspiegabili libertà lasciate ai prigionieri (quella, ad esempio, di poter andare ad aiutare i parenti nel lavoro dei campi, dietro una semplice promessa verbale che sarebbero tornati in carcere), precipitose fughe da Amendolara da parte dell'autorità borbonica (guardie doganali, cancelliere, ecc.) onde evitare scomode assunzioni di responsabilità.
II processo per i moti nella provincia di Cosenza era iniziato nel 1849, ma solo nel
1851 si potè formulare l'atto d'accusa; il processo proseguì per i primi quattro mesi del
1852 e i testimoni furono sempre più decisi nella difesa dei tre imputati, ormai diventati in Amendolara vittime innocenti della reazione borbonica. Gli accusatori ritrattarono in blocco; coloro che in precedenza avevano formulato ipotesi di colpevolezza, si trinceravano dietro una stretta omertà. Alla fine di aprile la sentenza risultava severa soltanto per il sacerdote, don Mussotto (otto anni di galera), mentre gli altri due erano condannati a pochi mesi di esilio correzionale. Le pene come sottolinea l'A. debbono essere considerate miti, se si pensa alla severità della Gran Corte Speciale in altri casi analoghi. Ciò che balza evidente è la sproporzione tra la condanna a don Mussotto e quella inflitta ai fratelli Fa-labella: ce Questi infatti sono dei notabili e nei paesi più delle leggi si teme la loro ira, mentre nel centro si trovano amicizie influenti e qualificate. Né si deve dimenticare che essi sono figli di un regio giudice parenti di magistrati .
È la conferma della grande influenza che il nascente gruppo liberale poteva vantare nei confronti dell'ambiente ufficiale borbonico, il quale per altro non faceva molto neppure per difendersi.
GIUSEPPE PARLATO
LUIGI SETTEMBRINI, / Neoplatonici. Racconto inedito, a cura di RAFFAELE CANTARELLA. Nota di GIORGIO MANGANELLI; Milano, Rizzoli, 1977, in 8, pp. 118. L. 4.500.
In questi incredibili tempi può accadere di tutto, anche ad opera di serissimi cattedratici, che cosi ci propongono la vitalità di certi aspetti più. carnosi della tradizione classica anche in modi che si sarebbe tentati di definire maliziosi. Fatto sta che l'insigne grecista Raffaele Cantarella, recentemente scomparso, ebbe la ventura, quand'era direttore dell'officina dei papiri ercolanesi, di porre le mani sopra un manoscritto che faceva subito drizzare il naso, perché si presentava come versione di un mai esistito Aristeo di Megara e definiva come neoplatonici due giovinetti legati fra loro da un rapporto omosessuale e viventi in un secolo piuttosto anteriore a quello in cui sorse e fiorì la scuola neoplatonica: il titolo appariva quindi un'evidente quanto erronea fiorettatura moderna sul significato che per tradizione era affibbiato all'espressione amor platonico , con l'aggravante di coinvolgere, nell'arbitraria escursione semantica, proprio quella scuola di Plotino che con le vere o presunte indulgenze socratiche verso Alcibiade e altri efebi non aveva proprio nulla a che fare. Ce n'era più del necessario perché un competente come il Cantarella fiutasse subito che il manoscritto rinvenuto era una creazione fantastica di tempi moderni.
Il caso volle che la scoperta dell'autore avvenisse immediatamente e in maniera incontrovertibile. Accanto al manoscritto il Cantarella ne scovò un altro molto più voluminoso, evidentemente scritto dalla medesima mano, che era nientemeno che la stesura originaria