Rassegna storica del Risorgimento

BALBI PIOVERA GIACOMO CARTE; ISTITUTO MAZZINIANO DI GENOVA FOND
anno <1977>   pagina <229>
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Libri e periodici 229
delle Ricordanze di Luigi Settembrini. La riprova dell'identità dell'autore delle due opere fu data da alcune lettere con cui il martire dall'ergastolo di Santo Stefano inviava alla moglie il manoscritto della versione di Luciano e di un'altra operetta composta anch'essa durante la prigionia, che l'autore, come nel titolo ora pubblicato dello scritto, presentava come un'altra versione da un testo greco. Ed era naturale che fosse cosi: voglioso di conservare questo parto capriccioso della sua fantasia, e non potendo farlo se non affidando il manoscritto alla moglie, il Settembrini non poteva scandalizzarla confessando che l'opera era frutto della sua immaginazione e doveva quindi ricorrere all'espediente di presentarla come la versione di un testo greco la cui paternità era attribuita naturalmente a un nome immaginario di cui la buona Gigia non era in condizione di scoprire la falsità.
Analizzando attentamente il testo il Cantarella si accorse ch'esso non era indegno d'es­sere pubblicato. Con la stessa eleganza saporitamente antiquata con cui aveva comprato la mirabile versione di Luciano, il Settembrini s'era divertito a narrare la storia di due giovi­netti che, dopo essere stati avviati da un maestro all'amor... platonico, erano istruiti succes­si vamen te da una cortigianella (forse il personaggio più vivo dell'operetta) sui piaceri del-1 amore eterosessuale, ch'essi finivano per trovare cosi incomparabilmente superiore da deci­dersi poi a prender moglie e a mettere al mondo un buono stuolo di figli, salvo a incontrarsi di nuovo nella vecchiaia e a rievocare nostalgicamente i bei tempi della giovinezza. Nell'in­troduzione da lui premessa all'opera il Cantarella mostra di aver subito intuito quello che ogni persona non prevenuta comprende facilmente, cioè che, vivendo nell'inferno di Santo Stefano ove la convivenza fra i criminali dava occasione, come sempre nelle carceri maschili, a manifestazioni di furibonda omosessualità (e nelle Ricordanze se ne hanno allusioni ag­ghiaccianti), il Settembrini, quasi per non perdere la ragione, si volse a idealizzare, col suo classico nitore da ex-alunno di Basilio Puoti, la sordida propensione dei suoi repellenti com­pagni di prigionia, salvo poi a deviare il racconto verso l'esaltazione dell'amore eterosessuale sfociante nella vita familiare di cui più che mai allora egli doveva sentire la cocente nostal­gia. Questa facilissima spiegazione dell'origine dell'operetta non le era valsa finora la pos­sibilità di essere pubblicata. Giustamente sospettando che il manoscritto, trovandosi accanto a quello delle Ricordanze, non fosse potuto sfuggire all'attenzione degli studiosi, il Can­tarella dopo accurate ricerche riusci ad assodare ch'esso era stato addirittura proposto in lettura al Croce e al Torraca, i quali ne avevano sconsigliato la pubblicazione, temendo ch'essa potesse offuscare l'intemerata memoria dell'eroe del nostro Risorgimento.
Viviamo in tempi in cui l'omosessualità, specie negli ambienti artistici, è divenuta ormai una caratteristica da sbandierare orgogliosamente e in cui la dissacrazione delle più venerande tradizioni ha raggiunto gradi di frenesia. In conseguenza il Cantarella s'è dovuto acconciare a veder accompagnati il testo, la sua introduzione e il suo commento, nel volume della casa Rizzoli con cui lo scritto del Settembrini è stato finalmente pubblicato, da una nota proemiale di Giorgio Manganelli, di cui tutti i lettori non ardenti del sacro fuoco del­l'inversione totalitaria (e figuriamoci poi un parruccone classicista come il sottoscritto!) non riescono ad intendere l'opportunità e la sintonia con tutto il resto. Si va a finire in essa che / neoplatonici settembriniani debbono essere considerati come segno di affranca­mento integrale dalle pastoie della gretta e oppressiva morale cristiana alla stessa stregua delle sempre più frequenti ristampe delle opere del marchese de Sade o della Histoire d'O o delle opere erotiche di Apollinare di cui Undicimila verghe sembra abbia ottenuto un notevole successo di vendita presso i lettori voyeurs che non ne hanno inteso il sottile carat­tere satirico. Il Manganelli comincia, secondo i dettami della retorica delTantiretorica, con una tirala contro quella arcaica figura , quello intollerante... né colto né geniale , quella specie di ricattatore che sarebbe il padre della patria; e con palese quanto distorto riferimento alla trama dei Neoplatonici, immagina che a un certo momento il figlioletto len­tigginoso dell'eroe gli domandi: Papà, è vero che sei pederasta? . Da questa immagi­nata conseguenza della pubblicazione dell'operetta settembriniana erompe la sua gioia perché finalmente gli eroi del Risorgimento possono essere colti in fallo nei loro vizi e nelle loro tare a partire da quel Nino Borio a cui naturalmente si affibbia come prin­cipale peculiarità della sua vita quella di ammazzare contadini e costretti perciò a non scocciarci più con l'esibizione delle loro virtù esemplari. Perciò / neoplatonici sono una vera bottiglia gettata in mare da uno scoglio tricolore e monogamico , la cui at-